cos'è la pulsatilla
una pianta. Ha le foglie divise in lacinie lineari, pelose. Cresce nei luoghi erbosi o fra le rocce. Mi è stata prescritta una volta. Quando ho chiesto al mio terapista perché, lui mi ha risposto "Perché sei cattiva". Questo è un blog cattivo per combattere la cattiveria, come da precetto omeopatico. E pulsatilla è una parola che mi somiglia molto. Piccola, saltellante.

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signora, torni a farci visita

...e/ trovando/
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andarono a chiamare il
*loading*esimo elefante...

 



martedì, 13 maggio 2008
 
Mi chiamo Walter Siti, come tutti.

Il miglior incipit che abbia mai letto. Credo.

Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un'intelligenza che serve per evadere. Anche questa civetteria di mediocrità è mediocre, come i ragazzi di borgata che indossano a migliaia le T-shirts con su scritto «original»; notano la contraddizione e gli sembra spiritosa. L'eccezionalità occupa i primi cinque centimetri, tutto il resto è comune. Se non fossi medio troverei l'angolatura per criticare questo mondo, e inventerei qualcosa che lo cambia.
Da qualche mese sono sereno, ma niente è più fragile della serenità, devo scrivere questo libro prima che finisca lo stato di grazia. L'editore non vuole rischiare nemmeno un anticipo, e ha ragione. La luce preserale indora la statua di S. Giuseppe Labre giù nella piazzetta, mentre lontanissima si intravede lattiginosa la cupola di S. Pietro - su un terrazzo qui sopra sventolano due lenzuola leopardate. Devo ricordarmi che ancora, in questo autunno del novantotto, a sessant'anni abbondantemente compiuti, riesco a sopportare la forza del cielo. L'anno scorso alla cupola di S. Pietro ci abitavo vicino, vedevo le ambasciate con gli stemmi e le macchine blu.
L'apparente regressione economica è nata da una scelta d'amore: ma questo non contrasta con la mediocrità appena asserita, anzi. La serenità è un prodotto aritmetico, l'interno moltiplicato per l'esterno: più uno dei fattori, per esempio, l'interno, ha un numero elevato, più l'altro fattore (in questo caso il contributo esterno) può essere basso.

Etimologicamente, 'sereno' è collegato con 'asciutto'. La morsa di dolore che è stata la ia compagna per tanti anni se n'è andata, quel peso di lacrime non saprei più nemmeno ricostruirlo; come se al precipizio senza fine si fosse opposto un sonno, volevo dire un fondo, un pavimento al di sotto del quale non posso cadere - e questo pavimento è composto di ciò che ho raggiunto nella mia vita, i romanzi la cattedra universitaria gli affetti, partendo da una condizione di smaccata inferiorità. Il fatto che io adesso, da questo appartamento di via Tina Pica 23, possa staccare i telefoni e isolarmi da tutto, non prevedendo come interruzione che qualche onesto piacere, testimonia quanto ho lavorato e quanto mi sono attraversato. Che sia una caratterista brava come Tina Pica a intitolare la mia strada mi pare giusto e bello, Eduardo che è poche strade più in là sarebbe stato troppo.

Arrivata a questo punto ero già andata alla cassa ed ero già tornata a casa e mi ero già stesa sul letto e avevo già staccato i telefoni e avevo già ricominciato a rileggere tutto dall'inizio.

Quartieri-dormitorio, li chiamano: unico faro la domenica il centro commerciale di Serpentara. Via Tina Pica è una stradetta senza uscita, conclusa da una rete metallica che la divide da una scarpata e dai campi; a tratti ci arriva ancora un po' di vento selvatico, qualche profumo d'aperto. Non c'è pubblica illuminazione: un consigliere di Alleanza nazionale martella interrogazioni al Comune, senza esito. Qui, se non ti droghi, la sera  puoi anche morire; i cocainomani si ritrovano ai «secchioni», cioè intorno ai bidoni della spazzatura. La cocaina è la droga perfetta in un'epoca di omologazione: è ormai economicamente accessibile ai borgatari che fanno impicci, ma costa ancora quel tanto di più dell'eroina perché la si possa pensare come la droga dei ricchi - è l'equivalente degli swatch e della linea jeans di Armani. Solo che per i ricchi è la droga della performance, della super-prestazione, mentre per i coatti è il condimento di una paranoia immobile e passiva; al contrario degli acidi e delle droghe di sintesi in generale, non ti costringe a viaggi, puoi tirarla guardando la tivù. Sarebbe anche la mia preferita, se mi drogassi.

Walter Siti, Troppi Paradisi, Einaudi.
pulsatilla | 01:59 | commenti (4)


lunedì, 12 maggio 2008
 
E meno male che ci sono gli amici.
Pulsatilla: «Conosco un trucco per fare impazzire qualsiasi uomo a letto».
Lucone Tortellone: «Nascondergli il telecomando?».
(Lucone ha un blog geniale, andateci.)
pulsatilla | 00:29 | commenti (17)


domenica, 11 maggio 2008
 
Foto 71
pulsatilla | 18:58 | commenti (6)
 
Ricominciata l'insonnia. Mi sento di nuovo come Edward Norton in Fight Club, imprigionata in una fotocopia della realtà (o come dice Ed: nella fotocopia della fotocopia. Della fotocopia). La mancanza di riposo mi dà la sensazione di vivere sottaceto. Nessun aggancio con la vita concreta: passo le notti a guardare film in divvidì e mi sembra di guardare uno spettacolo di ombre cinesi dopo l'altro. A volte arriva il lupo. A volte arriva il cane. A volte arriva il cammello. Bau bau. Nessuna emozione. (Siamo l'unico paese al mondo dove il cane fa bau bau. Nei paesi seri fa wof wof). Se guardo la strada è uguale: ombre che sfilano piatte. A volte passa il brum brum. A volte passa un tossico. A volte qualcuno si bacia. Qualcuno si diverte, o finge di. Nessuna emozione. Quando ho voglia di emozioni forti, oppure semplicemente di piangere, apro l'Internazionale o compro l'Unità - che rappresentano l'equivalente del gambetto di re negli scacchi, o del centromediano metodista nel calcio: care, graziose, dismesse anticaglie. Chiudo il giornale. Chiudo le persiane, tanto le piante sono tutte morte, non c'è più niente che abbia bisogno di luce. I cibi  guasti che per pigrizia non tolgo dal frigo mi hanno dato l'input per iniziare una collezione di muffe e funghi. Sono molto più facili da collezionare rispetto ai francobolli perché non hanno bisogno dell'album. Quando mi sento sola mi basta sollevare il tappo del latte e ho qualcuno che mi capisce davvero.
Parliamo di politica. Anzi, per carità, non parliamone. La mia amica Regi (detta anche la signora di marzapane o la nana da giardino) ha fatto il riassunto delle nomine ministeriali in questo breve ed esaustivo post,  manlevandomi dall'onere di dover fare l'appello dei soggetti circensi. Interessante notare che mentre il ruolo dell'intellettuale viene lentamente spolpato, operazione ormai in corso da diverso tempo, i miei gatti curiosamente prendono tutte le notti un libro dalla libreria. Non so se lo leggano anche, ma di fatto la mattina quando mi alzo trovo un libro per terra e lo devo raccogliere e rimettere sullo scaffale. Hanno fatto una carboneria? Forse stanno organizzando un colpo di stato? Forse di qui a poco ci ritroveremo dominati dai gatti, nella tirannide felina? Poi mi rubano le sigarette dal pacchetto e me le nascondono, e mi dico che vogliono solo giocare, o al massimo massimo aspirano al Ministero della Sanità.

We only come out at night
We only come out at night
The days are much too bright
We only come out at night

[ clicca per altra insonnia ]

pulsatilla | 04:34 | commenti (17)


sabato, 10 maggio 2008
 
Tieniti le tue telefonate (breve componimento a rima sciolta)


Tieniti le tue telefonate. Cosa sono le telefonate? Niente. Pensavo fossero qualcosa e invece non sono niente. Quanto costa fare una telefonata? Non ti costa niente, fare una telefonata. Chiamami pure, furbone, mettiti la coscienza a posto per soli 5 centesimi al minuto iva inclusa, fammi gli auguri per l’onomastico, sentiti importante perché te ne sei ricordato – sei un terrone, ecco cosa sei, solo i terroni si ricordano gli onomastici, e io, i terroni e io, e siccome non sei io, allora sei un terrone.
Tieniti le tue telefonate. Mandami le canzoni di Paolo Conte per l’onomastico – non ti ricordi neanche più quale mi piaceva, né perché: ma tanto per voialtri tutte le canzoni di Paolo Conte fanno pling pling pling – , dimmi che Venezia è bella, che sono fortunata a passare il mio onomastico proprio a Venezia, riempimi di banalità, ripetimi ancora una volta quanto sono fortunata a fare quello che faccio, cioè la scrittrice, cioè nella fattispecie scrivere brevi componimenti per idioti intitolati “Tieniti le tue telefonate”.
Tieniti le tue telefonate – pensavo, cercando di capire la psicologia del lucchetto della moto del mio ragazzo, quello con cui secondo te sarebbe finita prima o poi: da che parte si gira la porco giuda di chiave? –  e tieniti soprattutto la tua retorica psicoterapica, “capisco come ti senti”, “vieni qui piccola mia”, “empatizzo profondamente”, “ti cerco”, “mi piace accoglierti e tenerti” e tutte le altre frasi che hai imparato alla scuola radio elettra per psicoterapeuti. Ti ho detto che devi andare a fare in culo,“Vai a fare in culo” ho detto, e se tu mi rispondi con voce baritonale e vibrante “Empatizzo, piccina mia, capisco cosa stai provando e rispetto la tua rabbia” mi costringi a ripeterti, questa volta gridando fino a farmi asciugare l’ugola, che devi andare a fare nel culo, nel culo, nel culo e nello straculo.
Tieniti le tue telefonate. L’ho già detto? Mi ripeto. Le telefonate che una volta mi facevano dire oh, che ragazzo d’oro, trova il tempo per telefonarmi così spesso. Quanto valgono le tue telefonate? Niente. Meno di cinque centesimi, perché hai fatto lo You and Me. Ti fai fare lo squillino e poi mi richiami per non farmi spendere, è un gesto galante, ma non significa niente, è un gesto vuoto, come mettersi il tovagliolo sulle ginocchia e aprire la portiera e issarmi la valigia sul treno. Sei un cavaliere vuoto. Non sei un cavaliere. Sei un’armatura. I cavalieri combattono per quello che amano, e qualche volta non tornano vivi dalla guerra.
pulsatilla | 01:05 | commenti (23)


martedì, 22 aprile 2008
 
PULSATILLA SI CALA LE BRAGHE
Questo post si potrebbe intitolare anche «Faccela vede’, faccela tocca’», o «Sono rimasta in mutande», ma io sono favorevole alla riqualificazione della parola braghe (e del punto e virgola, che senza il mio contributo minaccia di estinguersi; ma questo è un altro paio di braghe).

Dunque, siore siori,
ho una notizia da darvi: mi hanno comprata con un pugno di mutandine.
Cioè, non è partita così, è partita in modo molto più onesto. Con un’email.


Ciao Pulsatilla,
sto sviluppando un progetto per un nostro cliente, che prevede uno scambio di visibilità con blogger italiane.
Il cliente produce biancheria intima: www.spiman.it
L'idea è di far provare il prodotto Spiman ad alcune blogger e presentare il blog con un'intervista o altro nella newsletter mensile della community SpimanClub.
Mi piacerebbe che anche tu facessi parte del progetto.
Se ti va ne parliamo per telefono, in calce trovi tutti i miei contatti, attendo i tuoi, se desideri.


Mutande da provare? Le mie dita volano sulla tastiera e cliccano “reply”.

Divertente.
Il mio numero è xxx-xxxxxxx, ci sentiamo domani se per te va bene.


L’indomani la ragazza mi chiama. L’affare è questo: mi manderanno a casa un pacco di biancheria (tutto quello che devo fare è indicare le mie preferenze: sul sito ci sono una marea di completini bianchi, neri, di pizzo, a fiorellini, e farfalline, gialli, rosa, è il sito dei balocchi; e indicare e le mie taglie. Facile), io in cambio mi lascerò intervistare sul tema della letteratura e della smutandazza (più la seconda) e farò una piccola recensione smutandereccia sul mio blog (di cui quello che state leggendo rappresenta il penoso risultato). 

-    Ok!
-    Ok!

Diventiamo subito amiche. La smutanda che ti lega.
Scegliere i completini è stato un gioco da ragazzi. Sono semplicemente andata sul sito e ho semplicemente cliccato come un’ossessa.
Invece trovare le mie taglie è stato più complesso. Sono andata davanti allo specchio e mi sono guardata. Poi sono andata a scrivere un’email. 

Mi sono dimenticata di dirti un dettaglio importante: sono un soggetto difficile.
Non conosco le mie taglie.
Anche perché ogni volta che compro un reggiseno cambiano sempre, le taglie.
Tra parentesi, pochissime volte nella vita ho trovato un reggiseno che mi stesse bene e che non sia finito nella pattumiera dopo una settimana. Ho la coppa abbastanza piena ma la circonferenza molto piccola, e quando i reggiseni sono scollati mi escono le minne di fuori, plop. Infatti ormai uso solo reggiseni sportivi, che notoriamente gli uomini odiano (ma sono gli unici che non mi tradiscono). (i reggiseni, intendo)
Le mutandine, invece, le compro a occhio.
Se mi dai dei parametri, prendo un centimetro e mi misuro.
Si può?
Grazie.


La Spiman, azienda modenese leader sul mercato modenese, è preparata a ogni evenienza: mi manda su un sito di consigli Spiman per trovare la mia taglia ideale. Il sito è questo.
Con dilettantesca sventatezza avevo scritto alla ragazza: «prendo un centimetro e mi misuro». Solo che si fa presto a dire prendo un centimetro. Io un centimetro mica ce l’ho – scopro improvvisamente.

-    Annetta, per caso hai un centimetro?

Annetta è la mia dirimpettaia umbra. Fuma come una turca e ha la voce roca del caporale della sesta armata tedesca dopo la battaglia di Stalingrado. Annetta nella vita pulisce la terrazza condominiale e innaffia le piante della terrazza condominiale. Molti nostri dialoghi vertono intorno a questo soggetto, quello delle piante della terrazza condominiale, che rappresenta un argomento dalle sfaccettature apparentemente inesauribili.

-    Avale’, oggi tonnaffiato i piante.
-    Ah, grazie, Annetta.
-    Te nannaffi mai i piante.
-    Non le annaffio perché so che le annaffi tu.
-    Se io nannaffio nessuno lannaffia. 
-    Le annaffi sempre tu. Ecco perché nessuno le annaffia.
-    Sto sempre annaffià i piante.
-    Non le annaffiare.
-    Se nannaffio muorono.
-    Annaffiale allora.
-    Ma se lannaffio…

Un altro argomento di conversazione frequente – di monologo, in questo caso – è la sporcizia sulla terrazza. Annetta spazza e brontola. I suoi commenti sono rigorosamente stagionali.

-    Ha piovuto - dice Annetta in autunno – guarda te quante foglie da spazzà.
-    Ha nevicato – dice Annetta in inverno – guarda te quanta neve da spazzà.
-    I piante ha fatto i fiori – dice Annetta in primavera – guarda te quanti petali da spazzà.
-    Che caldo – dice Annetta in estate – ma vedi te se devo sta qua a spazzà.

La cosa bella è che Annetta indossa sempre una felpa di Topolino con su scritto Happy People Have A Lot Of Friends. Ma stavamo parlando del centimetro.

-    Annetta, per caso hai un centimetro?

Annetta continua a spazzare. Mi viene a spazzare sui piedi.

-    Lèvete di torno che devo spiccià.

Annetta chiama le faccende domestiche «spiccià». Per lei «spicciare» è spolverare, spazzare, lavare, cucinare, stendere, ramazzare e qualsiasi cosa che non sia la sua altra attività, cioè parlare dello spicciare (che in gergo filosofico potremmo chiamare il «metaspicciare»).

-    Ce l’hai un centimetro?
-    Te pare che nootengo? Ootengo.

Annetta va a prendere il centimetro.

-    Che ce devi fa’ coccentimetro?

Sarebbe troppo lungo spiegarle la vicenda Spiman, i blog, le newsletter e la community. Poi valle a dire che mi vogliono dare delle mutande gratis, e perché. Tra l’altro, se Annetta venisse a sapere cos’è la community Spiman, la utilizzerebbe contro di me per dimostrarmi che nannaffio. 

-    Grazie, Annetta.
-    Che grazie? Repòrtemelo.

Al momento della misurazione mi sono giocata per sempre l’autostima. Quanto puoi andare avanti pensando di essere una novanta-sessanta-novanta? Vent’anni? Venticinque anni? Ma prima o poi, inevitabilmente, arriva una manica di carpigiani che ti tira per le orecchie e ti riporta con i piedi per terra.

Dunque.
Secondo la tabella sono una III coppa A/B. Credevo di essere una II coppa D, ma evidentemente mi sopravvalutavo. Porto una 42/44, ovvero sono alta 1,57 m e peso tra i 53 e i 55 kg. In realtà non mi peso da diversi anni, quindi forse sono più sui 55 kg.
Di slip credo di essere una terza/quarta, e non una seconda/terza come pensavo.


Praticamente credevo di essere un manga, e invece scopro di essere più dalle parti della signora Griffin.

Mi piacciono i reggiseni colorati e senza troppi pizzi. I reggiseni troppo scollati mi stanno male. Quelli imbottiti mi stanno molto bene, ma quelli imbottiti sono normalmente anche scollati.
Della collezione MAGIE ITALIANE mi piace il PERIZOMA GERANIO.
Della collezione CAMYLA mi piacciono i completini LISBONA e SIDNEY.
Della collezione CLASSICO SPIMAN vorrei provare il reggiseno cotone elastico coppa preformata 2177, e mi piace anche moltissimo quella specie di top che sta nell'introduzione.
Della linea sportiva proverei il BUSTINO R68.
Grazie.
A presto.
 

Alcuni giorni dopo mi arriva a casa uno scatolone contenente tutte le cose che ho elencato, più altre decine e decine di cosette che non avevo osato chiedere. Incluso un, ehm, corpetto della linea “Dolce Fuoco” in pizzo nero con mutanda coordinata che francamente, presa da calo di autostima, avevo catalogato come fuori discussione. E invece mi sta bene. Un miracolo. Ci dev’essere stato un co-marketing fra Dolce Fuoco e Sant’Antonio.

«Che ne pensi?», chiedo al mio ragazzo mettendomi una mano dietro la nuca come Betty Boop.
«Carino», dice il mio ragazzo. Non dice carina, dice carino: non parla di me, parla del completino Lisbona. Inutile nascondercelo, la mia relazione ha evidentemente dei problemi. Ma lasciamo stare.
«Guarda questo», dico sgattaiolando in camera da letto. Mi cambio ed esco fuori con indosso il completino Sydney, ricalcando con la mano sull’anca l’illustre tradizione cinematografica ispirata a Viaggi di Nozze con Claudia Gerini, fatte le dovute distinzioni di altezza e di peso (rispettivamente un terzo e il doppio).
«Bello. Molto meglio delle mutande che ti compri tu», è il lapidario commento. Ora, il signor Spiman sarà molto contento, ma io ci vedo un segno di degrado matrimoniale in questa frase.
«Mi hanno mandato anche tante altre cose…», dico tornando in camera; l’entusiasmo iniziale del ricevuto scatolone comincia a smorzarsi, ma come insegna Freddy Mercury, the show must go on. Torno fuori con il completino Dolce Fuoco e, inaspettatamente, prendo pomodori e uova marce a catapulte laddove immaginavo il lancio di rose sul palco.
«Troppo grande la taglia, qui ti fa difetto, non mi piace la forma che ti fa sopra, la fascia di sotto è troppo larga», dice indicando tutti i punti critici del prezioso corpetto. Come quando una viene colta dal sospetto che suo marito abbia una doppia famiglia, o che sia gay, io vengo colta dal sospetto che il mio ragazzo abbia lavorato tutti questi anni per Roberto Cavalli, e che quindi, in questo caso, abbia una doppia famiglia gay.
«A me sembra perfetto», dico tornando davanti allo specchio. «Mi sta benissimo. Cosa c’è che non va?». Il responso dello specchio è niente cara, a parte la tua relazione.
Rovescio sul letto tutti gli altri capi per mostrarglieli e riguardarli anch’io. Sembrano di buona fattura: sono a posto per i prossimi cinque anni. Oltre ai pezzi che ho provato, ho una valanga di canottiere, reggiseni, mutandine e perizoma bianchi. Alcuni semplici, altri lavorati. Intimissimi fallirà, visto che buona parte del loro fatturato si basa sui miei colpevoli bucati misti a sessanta gradi e relativa moria mutandistica, mentre adesso ho un intero arsenale Spiman da poter devastare comodamente nel tempo; e anche perché le ultime collezioni Intimissimi che ho visto erano piene di teschietti («le mutande piratate», io le chiamo), atte a minare sia il buon gusto sia ogni idea di fertilità (come ci si fa a mettere un teschio sui genitali senza avere la netta sensazione di starsi candidando a una ferale trafila di gravidanze interrotte?). D’altro canto, bisogna dirlo, il sito di Intimissimi è molto più figo del sito Spiman e ha pure un cortometraggio diretto da Gabriele Muccino con protagonista Monica Bellucci (che interpreta una tassista, una tangueira, una cornuta, una madre di famiglia, una cameriera e una motociclista, tutte impizzettate da capo a piedi nel nome del brand: chiunque voglia ricontrollare per l’ennesima volta se è proprio vero che la Bellucci sappia recitare una sola parte e anche male – quella della svamp con la boccuccia dischiusa –  non deve zupparsi l’intera e frammentaria filmografia di particine bellucciane, gli basta cliccare sul sito e vederla in azione per pochi minuti di concentrata e multipla incapacità attoriale). (Se invece il buon cinema non è in testa ai vostri hobby, i completini, inutile che ve lo dica, le stanno abbastanza bene.)
E quindi veniamo alla domanda dell’anno: cos’è meglio, Monica Bellucci con i completini Intimissimi, o Pulsatilla con i completini Spiman? Pensateci, non voglio che mi diate una risposta affrettata. Prendetevi il tempo che vi serve. Nel frattempo io mi provo queste fantastiche* canottiere della salute.

*messaggio promozionale
pulsatilla | 21:25 | commenti (52)


lunedì, 14 aprile 2008
 
Ho chiesto ai miei gatti che cosa avrebbero votato se fossero stati in me.
Hanno detto che i gatti voterebbero Whiskas.
pulsatilla | 22:43 | commenti (28)


giovedì, 10 aprile 2008
 
Stanotte ho fatto un sogno capitalistico.

Allora, ero in Austria. L'Austria era un paese sottosviluppato. Cioè, non proprio; ma nelle vetrine dei negozi c'erano dei vestiti di quel verde bottiglia che si trova solo nei paesi poveri, o ex comunisti, o semplicemente un po' tristi, dove le donne sono vestite con queste gonne che hanno quella sfumatura di verde un po' retrogrado.

Ero in un centro commerciale austriaco, e l'euro era forte rispetto al franco austriaco, o scellino austriaco, ora non ricordo esattamente la valuta del sogno.

Volevo comprare tutto. Conveniva.

Ero entrata in un negozio di ottica. Avevo l'ingordigia tipica dei turisti che vanno in un paese dove l'euro è forte, esaminavo uno a uno i barattoli con le soluzioni per lenti a contatto e pensavo, caspita, costano veramente poco, devo farne una scorta immane. Solo che il liquido per lenti sarebbe scaduto prima di poterlo consumare tutto, quindi ero combattuta fra questo dato e il dato dell'euro forte, scissa tra ingordigia di avere litri di liquido a buon prezzo, e buon senso.

Alla fine uscivo dall'ottica intristita, senza comprare niente. Aveva prevalso il buon senso. Quando il buon senso prevale non ci puoi fare niente, è più forte di te, non è una cosa che scegli.

Ho continuato a girare per il centro commerciale austriaco con la sensazione di non poter comprare tutto quello che avevo pensato inizialmente di poter comprare. Ero molto frustrata.

Passo davanti a un negozio di alta moda, che essendo moda austriaca non era poi così alta, ma in vetrina era esposto un barattolo di crema per il corpo di Christian Dior che però era mezzo di Abercrombie & Fitch. Cioè, profumava di Abercrombie & Fitch ma aveva il packaging dorato di Christian Dior. Sembrava un ananas di oro massiccio, e dentro c'era un chilo di crema corpo.
Guardo il prezzo: 600 scellini austriaci, o franchi austriaci, o quel che l'era.
Che per il potere d'acquisto dei poveri austriaci era come dire 600 euro.
Me ne vado indignata: ma sono pazzi? Troppo alti, questi prezzi. Mi rifiuto.

Continuo a vagabondare per il centro commerciale ma non riesco a levarmi dalla testa quell'ananas traboccante di crema corpo profumata. Cavolo, era veramente figo. Cammino cammino e mentre cammino mi faccio due conti: 600 scellini austriaci equivalgono a 120 euro. Si può fare. 120 euro non sono tantissimi, dài; e poi è un chilo di crema, ti dura un sacco di tempo. Ci penso e ci ripenso, e alla fine decido di tornare al negozio e accaparrarmi l'ananas. Me lo merito. L'euro è forte.

Prendo l'ascensore per tornare al piano dove c'era il negozio di alta moda Abercrombie + Fitch + Dior e in ascensore trovo, non chiedetemi perché, Max Pezzali e Mauro Repetto che stanno finendo di litigare. Pezzali ha le lacrime agli occhi, Repetto guarda per terra. Cioè, metto piede in ascensore proprio nel momento in cui Pezzali e Repetto stanno sciogliendo gli 883. Ed è come se questa piccola tragedia consumata al mio cospetto nel piccolo ascensore austriaco rallentasse la corsa dell'ascensore stesso. Mi sembrava di averci messo molto meno tempo a scendere - cioè ad allontanarmi dall'ananas di mia spettanza - che adesso a risalire. Comincio ad agitarmi, e più mi agito più l'ascensore fa fermate, ed era come se fossero le lacrime degli 883 a determinare quella lentezza sfibrante. Forse Repetto premeva il bottone dell'alt per fare un dispetto a Pezzali. Solo che Pezzali non aveva alcuna fretta di andarsi a comprare la crema per il corpo, io sì.

Mi sveglio, e ora, per onestà intellettuale, devo confessarvi che a Parigi mi sono comprata un barattolo di crema per il corpo di Annick Goutal al prezzo di 75 euro, che è molto peggio dell'ananas perché non è un barattolo da un chilo, ma da 200 ml. Ho fatto una stronzata, si capisce, e il mio inconscio evidentemente sta ancora elaborando l'estratto conto.
In più, manco a dire che conveniva. Mentre strisciavo la carta di credito avevo la netta sensazione che l'euro non fosse poi così forte.
pulsatilla | 01:13 | commenti (44)


venerdì, 04 aprile 2008
 
Tornata poche ore fa cotta e panata dalla Parigi-New-York (versione non-desertica della Parigi-Dakar, con in più quel valore aggiunto che solo lo shopping ti sa dare). Sono così stanca che la mia mente, già normalmente pilotata da un nano da giardino afflitto dalla piaga dell’alcolismo, si pone domande più demenziali del solito (ma quando accendo le candele la temperatura dell’appartamento si alza? Ma Prato e Erba sono città gemellate? Ma Alfred Hitchcock significa Alfredo Prurito Del Cazzo?) e al di là dell’essere sopravvissuta alla maratona lavorativa parigina, che mi sembra già un risultato degno, volevo assolutamente dirvi che a New York il mio appartamento stava proprio sopra il negozio di Paul Frank. Ciò mi fè sovvenire alla memoria un simpatico episodio del 2006, che ora vado a raccontarvi. 


***

Senigallia. Agosto. La giovane Pulsatilla è sulla spiaggia, rilassata, con le pacche nell’acqua. Mare. Sole. Gabbiani. Ma, accidenti al diavolaccio cagno, squilla il telefono.

«Ciao!», dice guizzante una ragazza che sembra avere la mia età. «Posso disturbarti?».
L’hai già fatto, quindi ormai.
«Sono una giornalista di [nome di rivista patinata] e volevo farti alcune domande. Posso?».
Vedi sopra.
«Puoi dare alle nostre lettrici alcune dritte sulla collezione autunno/inverno 2006/2007?».
«Eh?».
L’ingenua pensa che abbia problemi di udito, quindi alza la voce.
«Puoi dare alle nostre lettrici delle dritte per la collezione autunno/inverno 2006/2007?».
«Hai sbagliato numero, mi sa».
«Non sei Pulsatilla, la scrittrice?».
«Sì, sono Pulsatilla la scrittrice, non Ferretti la stilista».
«Volevo un tuo parere personale sul vestirsi… A te com’è che piace vestirti?».
«Non so. Ho scritto un libro, non vuoi parlare del libro?».
«Guarda, mi basta che mi dici le boutique dove vai di solito».
«Sai le bancarelle di viale Giulio Cesare?».
«Dimmi solo uno stilista che ti piace».
«Paul Frank? Quello che c’ha il logo con la scimmia è Paul Frank, giusto? La scimmia è simpatica».
«Paul Frank. Okay. Senti, e a casa tua cosa c’è?».
«Un bagno, una cucina e una camera da letto».
«No, voglio dire, cosa hai messo in quelle stanze per renderle un po’ più confortevoli? Un po’ più tue?».
«Un letto. I fornelli. Una tavoletta sul cesso».
«Non ti piace il design?».
«Sì, certo». Voi conoscete qualcuno che odia il design?
«Che tipo di design ti piace?».
«Scandinavo».
«Dimmi il nome di un designer scandinavo che ti piace».
«Alvar Aalto».
«Dimmi un pezzo di design che ti piace».
«Di Alvar Aalto?».
«No, un pezzo qualsiasi».
«La chaise longue di Le Corbusier».
«Le Corbusier. E senti, ti piace cucinare?».
«Cos’è, il colloquio per il militare?».
«Cosa ti piace cucinare?».
«Ho una gastronomia sotto casa, quindi non cucino mai».
«Ma ho letto da qualche parte che adori cucinare».
«Non ho mai detto che adoro cucinare. Mi diverte. Mi diverte anche il lancio del giavellotto, ma non lo guardo tutti i giorni».
«Senti, Pulsatilla, tu ti trucchi?».
«A volte. Ne abbiamo ancora per molto?».
«E dove compri i trucchi?».
«Da Mac. Altrimenti sempre lì, alle bancarelle di viale Giulio Cesare, quelle all’angolo con la multisala».
«Ah, da Mac!». Sembrava sollevata. Mac è un negozio molto figo che sta in via del Babuino. Ma io non vado da Mac perché è figo, vado da Mac perché ti truccano gratis. Il suo giovane cuore di giornalista milanese non reggerebbe la notizia, gliela risparmio.
«E che trucchi preferisci?».

L’intervista va avanti ancora a lungo, il sole fa in tempo a tramontare e i gabbiani a migrare verso l’Australia e tornare indietro.

Un mese e mezzo dopo esce una pagina su [nome di rivista patinata] con un titolone grosso così che dice:
IL PULSA-PENSIERO.
Vado a leggere e mi viene una trombosi. L’articolo è scritto tutto in prima persona.

Io per il maquillage mi servo sempre da Mac!
Accanto c’è una foto con i trucchi di Mac, saggiamente sparpagliati su un limbo grigio perla molto cool.

Io vado pazza per Alvar Aalto!
Accanto c’è la foto di un acquario di Alvar Aalto con due pesci rossi dentro. Io odio gli acquari. Odio i pesci rossi. Odio tutto.

Non posso fare a meno di entrare nelle boutique di Paul Frank!
Ma sei cretina? Certo che posso farne a meno.

A casa mia non può mancare la chaise longue di Le Corbusier!
Manca. Vieni a vedere, brutta idiota: manca. A casa mia manca la chaise longue di Le Corbusier, specie nella variante muccata orrenda che hai messo nella foto, e sai perché? Perché non saprei dove infilarla, una cazzo di chaise longue lunga un metro e mezzo muccata, dentro un bilocale di quaranta metriquadri dove non riesco neanche ad aprire lo stendino.

E basta, volevo dirvi soltanto che per la prima volta ho visto una boutique di Paul Frank e per ovvi motivi non ho potuto fare a meno di entrarci.
pulsatilla | 00:54 | commenti (45)


sabato, 22 marzo 2008
 
Ho il batticuore e sono persa e schiacciata. Sono stata seduta su un gradino con la cartina di New York in mano senza riuscire a decidermi su dove andare. Alla fine sono andata a China Town, e il risultato e' che mi e' passata qualsiasi voglia di andare in Cina. Ma qualsiasi.
La sensazione prevalente e' che non c'e' verso di controllare quello che ti succede intorno. In citta', da qualche altra parte, lontano o vicino na dove stai seduto, stanno succedendo cose che tu non hai neanche idea. Questa e' la sensazione.
Per il resto tutto bene, compresi i problemi consueti che ho quando viaggio. Ringraziamo il nostro sponsor, il confetto Falqui. Il mio telefono funziona manco per il cazzo ('credevo fosse triband, invece era un calesse') e non ci sono internet point, ma solo cafe con il wireless. Significa che se disgraziatamente non ti sei portato il computer, sei fritto. You're doomed. I pochi internet point con computer incluso nel prezzo che ho trovato si situano all'interno di pizzerie afghane, e tendenzialmente li evito, e quando non li evito sono di una lentezza esasperante.
Con tanta nostalgia di casa e porgendo gli auguri di un'ottima Pasqua,
Pulsatilla Persa In Piazza Liu Ziux Qualcosa (Un Cinese) Trattata Male Dai Musi Gialli (non e' un acrostico).
pulsatilla | 22:17 | commenti (36)


mercoledì, 05 marzo 2008
 
Quando scrivi una parola su Google ti vengono fuori i suggerimenti. Per esempio se scrivi Raul il suggeritore ti chiede se vuoi Raul Castro, Raul Esparza, Raul Julia e tutta un'altra serie di Raul, poi ti chiede se vuoi una polo di Ralph Lauren (bah?) e alla fine di una lunga lista arriva finalmente il nostro idolo tutto italico e peninsulare, il povero Raul Bova. Io quando sono giù di corda mi cerco su Google e mi consolo di venire prima dell'orologio pulsar, del pulsatron e della pulsating theory.
Altra fonte di consolazione è che ad aprile La Ballata delle Prugne Secche esce in Francia col titolo La cellulite c'est comme la mafia, ça n'éxiste pas. La vostra autrice preferita si fa cadeau per i vostri amichetti d'Oltralpe: voilà.
pulsatilla | 17:15 | commenti (56)


martedì, 04 marzo 2008
 
Abbiamo consegnato il libro.
Abbiamo fatto i biglietti Roma Parigi.
Abbiamo fatto i biglietti Parigi New York.
Abbiamo fatto i biglietti New York Parigi.
Abbiamo fatto i biglietti Parigi Roma.
Abbiamo comprato il vino.
Abbiamo stappato il vino.
Abbiamo bevuto il vino.
Cin.
Abbiamo, questo ha dell'incredibile,  anche rinnovato il passaporto non due ore prima della partenza.

***

Nel frattempo vorrei sapere chi è  che arriva sul mio blog digitando su google «crassologia unta concuppa».
pulsatilla | 21:36 | commenti (19)


martedì, 19 febbraio 2008
 
Frango.

Quando sto a Milano dormo a casa di Lucone Tortellone. Siccome Lucone Tortellone tiene famiglia a Bologna, e io sono fidanzata ormai da diverse primavere nonostante (forse grazie a) le mie orrende malefatte, la prassi mia e di Lucone Tortellone è che uno dei due dorma sul divano in soggiorno e l’altro si insedi nel lettone in camera, a scanso di equivoci. A ‘sto giro siamo finiti a dormire nel lettone tutti e due, per stanchezza: la stanchezza che ci impedisce di aprire il divano-letto ci terrà al riparo anche da inopportune smancerie, abbiamo detto. E così è stato. Solo che poi alle cinque del mattino entra in scena Frango, che non è il presente prima persona del verbo frangere, ma il nome che invocava la signora della stanza accanto in una lunga catenella di gemiti.
«Frango… Ah… ah… ah… ah… Frango…».
Vicini che scopano. Buon per loro. Mi giro e cerco di rimettermi a dormire. Ma il lamento si protrae, per altri cinque, dieci, quindici minuti. Venti. Venticinque. Troppi, anche ammettendo che Frango prenda il viagra. Tendo l’orecchio.
«Ah… aiuto… aiutatemi… ah… Frango… ah… aiuto… aiutatemi… Frango… ah… aiuto… ah… ah… ah… aiutatemi… Frango».
Sveglio Lucone.
«Oh. Svegliati. C’è qualcuno che invoca aiuto».
«Ah… Aiuto… Frango… Ahhhhhh… Aiutatemi… Aiutatemi… Aiutatemi…».
«Da dove viene?», chiede Lucone, con la faccia impastata di sonno.
«Non lo so. Vai a vedere». 
Il povero Lucone si infila il giubbino ed esce sul pianerottolo. Va al pianerottolo di sopra. Al pianerottolo di sotto. Torna.
«Per le scale non si sente niente».
«Stsss… Viene da qui», sussurro con l’orecchio incollato alla parete. «Vieni a sentire».
Lucone appiccica l’orecchio alla parete, già subodorando guai.
«Ah… aiutatemi… aiutatemi… aiutatemi… aiuto… aiuto… Frango… Lodovica…. Frango… Lodovica…».
Lodovica! Una new entry.
«Smettila e dormi», tuona una voce maschile. Sarà Frango.
«Ah… Ah… Aiutatemi… Aiutatemi… Aiuto…».
«Qui c’è gente che deve dormire», la rimprovera Lodovica, la saggia Lodovica.
Io e Lucone restiamo con la recchia appizzata al muro per una decina di minuti. Alla fine il quadro è chiaro: non c’è nessuno che sta vessando nessuno, c’è solo una vecchina, probabilmente in punto di morte, probabilmente pugliese a giudicare dalla dizione, probabilmente affetta da qualche disturbo neurologico, che occupa la camera da letto di suo figlio Frango, pugliese d’origine e milanese d’adozione, che lavora al catasto, e sua nuora Lodovica, una brava persona del varesotto, che farà la cassiera all’Esselunga, e ha origini sarde, o molisane, e adesso sta dormendo nella camera della figlia, che è andata a dormire dal ragazzo. Magari mi sbaglio: magari Frango sta scudisciando la povera madre per sapere dove ha messo il testamento. Oppure Lodovca è la figlia, Frango il genero. E non hanno figli, Frango è sterile. Dormono nel sacco a pelo in cucina. Oppure la camera in cui sta la signora non è la camera da letto, è il bagno, e la signora sta facendo la cacca, una cacca troppo dura, la signora ha le emorroidi, e Lodovica è la badante. Oppure Frango in realtà si chiama Peppino, ma la signora è convinta che si chiami Frango, come il marito che le è morto in guerra nel quarantadue. Comunque:
«Io devo dormire», sentenzia Lucone. 
«Non vogliamo bussare per chiedere se hanno bisogno d’aiuto?».
«Ma no. Sarà tutto a posto. Vedrai».
Lucone si riaddormenta in un attimo, io resto paralizzata nel letto a sentire:
«Ah… Aiuto… Aiutatemi… Aiutatemi… Aiuto… Frango… Frango».
Cantilena che va avanti fino alle sette e mezzo.
Alle otto, la sveglia trilla.
Alle nove sono per strada mascherata dietro una crosta di copriocchiaie, diretta a un colloquio importantissimo che mi permetterà di risolvere fino al 2010 il fastidioso problema di dover mangiare tutti i giorni e andare in giro coperta, nel senso che se sgarro il colloquio sarò costretta a scuoiare i miei gatti per farmi una sciarpa, fidatevi di una che è andata a ritirare il saldo in banca proprio di recente. (Aggiornamento sui gatti: i miei gatti salgono sulla libreria, sui pensili, sui fornelli, sul tavolo, sul letto, sullo scrittoio. Credo che ormai siano entrambi convinti di chiamarsi «Giù», visto che non gli dico altro. L’Avvocato sparge pozzette di piscia in giro per la casa e ha il verme solitario, quindi mangia come un rottweiler. Stasera Bobalino è rimasto intrappolato nel sacchetto della differenziata. Osservavo questa saetta schizzare da un angolo all’altro della stanza travolgendo tutto quello che incocciava, spaventato a morte dal rumore del sacchetto di carta che non sapeva di avere attaccato sulla schiena. Più correva, più si spaventava. Una scena subnormale, che mi ha fatto rimpiangere i tempi in cui avevo il camaleonte. Felipe almeno mi dava la soddisfazione di prendere le mosche con la lingua, un ruolo seppur marginale nell’ordito divino ce l’aveva).
Il colloquio va incredibilmente benissimo. Mi offrono una quantità di soldi assolutamente sproporzionata rispetto a quello che mi si chiede di fare. Vengo valutata dieci volte il mio prezzo.
«Ah… Uhm… Sì, può andare…», annuisco mordicchiando la stanghetta dei miei occhiali da sole taroccati.  «Dove devo firmare?».
Come d’accordo, uscita dal colloquio transumo verso casa di Simo La Simo, la mia ex coinquilina, ex proprietaria del defunto camaleonte, appunto. Sono più che stanca, sono dissolta. La mia consistenza è quella di Slaimer, il blob viscido verde dei Ghost Busters.
«Ciao! Bello rivederti! E guarda la piccolina, come si è fatta grande!», dico quando La Simo mi apre la porta. Sua figlia ha un anno e qualche cosa. Il suo carattere mite, socievole e il suo visino cordiale mi hanno indotta a ribattezzarla Silas, come il monaco albino del Codice Da Vinci.
«Mi odia», deduco dopo un’ora sfiancante durante la quale mi sono quasi convinta di voler fare una vasectomia. «Vado. Mi chiami un taxi?».
«Ma no, che taxi», protesta Simo La Simo, «hai la metro a due passi, poi scendi in centro, prendi il trentatrè, fai un pezzetto a piedi… è un attimo». 
Come un’allocca mi lascio convincere. Ci metto dieci lunghissimi minuti per arrivare alla metro. Rantolo giù per le scale. Rotolo sul primo treno. Sbrodolo sul primo sedile libero che vedo, come Slaimer. Chiudo gli occhi.
Dopo dieci minuti di pisolino, apro gli occhi e leggo una scritta che non avrei voluto leggere: SESTO RONDO’.
«Siamo a Sesto Rondò?», chiedo al mio vicino di sedile.
«Sì».
«Questo treno non va in centro?».
«No».
Merd.
«Ti conviene scendere e cambiare», mi suggerisce l’acuto vicino. E così ovviamente faccio.
Quando arrivo in cima alla rampa di scale per cambiare banchina, trovo un plotone di controllori.
«Biglietto, prego».
«Guardi, non devo uscire dalla metro. Ho solo sbagliato fermata». E faccio per andarmene. Il controllore mi blocca il passo. 
«Certo, certo, dite tutti così. Venga con me».
Dietro di me c’è un tizio apparentemente non italiano e apparentemente non sincero.
«Oi sbaliato treno», dice.
«Ah, anche lei ha sbagliato treno. Che coincidenza. Venga con me. Documenti, tutti e due». 
Mi guardo intorno: ci sono una masnada di uomini, per lo più extracomunitari, che stanno dicendo ai controllori di aver sbagliato treno, e i controllori li portano in un angolo per fargli la multa. Per scendere a Sesto Rondò si deve pagare la tariffa extraurbana, scopro, e tutti questi poveracci vivono a Sesto Rondò e non hanno i soldi né la forma mentis per comprarsi un biglietto maggiorato.
«Guardi, lo so che non mi crede, ma io ho davvero sbagliato treno», dico al controllore. «Ho sbagliato banchina. Lo chieda a… lo chieda al tizio seduto a fianco a me. Ah, no, che imbecille, come si fa. Vabè, insomma, mi creda», dico estraendo dalla borsa la patente, «guardi, sono residente a Roma». Poi tiro fuori tre biglietti timbrati. «Guardi, guardi qua, oggi ho timbrato tre biglietti, non voglio gabbare l’azienda dei trasporti pubblici di Milano, ho semplicemente sbagliato banchina, cristosanto, perché sono stanca, guardi che occhiaie che ho», e mi passo un dito sulle occhiaie, e vorrei raccontare la storia di Frango, ma lascio stare, magari il controllore è Frango e la madre del controllore è la signora che sta morendo e Lodovica è la moglie del controllore ma adesso lo vuole lasciare perché è stanca di infilare Preparazione Acca nel culo della suocera e si è innamorata di un suo collega che adesso è diventato controllore Trenitalia perché ha fatto carriera, come dice lei è più realizzato economicamente ma soprattutto psicologicamente e questo controllore mi spaccherebbe la faccia se venisse a sapere che io so. Lascio stare.
Insomma me ne vado con una multa da trentaquattro euro.  
La sera quando tocco il materasso con la sigaretta in mano sono così stanca che faccio tre buchi enormi nel piumone, irrisolvibili.
«Cazzo. Era nuovo. Era di seta. Costava. L’avevo messo a posta per te», si lagna Lucone.
«Allora mi volevi irretire sessualmente!».
«Ma va’. Tu non la dai mai a nessuno. Potresti fare delle magliette che regali a tutti quelli con cui dormi».

uomo estate
























pulsatilla | 00:36 | commenti (88)


giovedì, 07 febbraio 2008
 
Mi si stanno rimpicciolendo i piedi. Non è una battuta, né una frase a effetto. Intendo dire che mi si stanno rimpicciolendo i piedi. Ho preso appuntamento dal podologo per sabato mattina, e oltre a dirgli che ho le piaghe, le bolle, la dermatite e le unghie incarnite, tutte cose risolvibili, gli farò anche presente questo fastidioso epifenomeno, che i piedi mi si stanno rimpicciolendo. Sarebbe anche un effetto carino, se avessi i soldi per ricomprarmi venti paia di scarpe. Ma forse questo è un messaggio divino per dirmi che ho troppe scarpe. Chissà.
Cioddetto, sto bene, dovrei dire. Invece no. Sto male. Il rimpicciolimento dei piedi è solo la punta dell’iceberg, se avete abbastanza fantasia da immaginarvi un iceberg capovolto con i piedi all’aria ricoperti di bolle e unghie incarnite. In ogni caso ho deciso di smetterla col disfattismo: sto imparando a guardare gli aspetti positivi. Per esempio, un aspetto positivo è che vivo in un paese dove c’è un podologo, e non uno solo, ce ne sono una caterva, ho scoperto: almeno uno per quartiere. Certo, vivo in un paese dove ti rubano un motorino – il terzo, per la cronaca – parcheggiato con la catena davanti (non dietro o di lato, proprio davanti) alla caserma della polizia; però, diamine, pulsandilla o come hai detto che ti chiami, guarda il lato positivo, sei comoda comoda per andare a fare la denuncia. E poi puoi sempre approfittarne per fare due passi a piedi ogni tanto. Se i piedi non fossero… vabè, dai, non essere sempre disfattista.
Sono andata a Las Vegas. Ho giocato a black jack. Ho vinto cento dollari. A Las Vegas, quando sei seduta al tavolo da gioco, ti portano da bere gratis. Alla fine dell’ultima mano ero così ubriaca che ho dimenticato di cambiare le fiches, quindi ho perso i cento dollari che avevo vinto più i venticinque che avevo puntato, e ora in cambio ho un sacco d monete di plastica. Ancora una volta, guardiamo il lato positivo: le monete di plastica non risentono dell’inflazione. E poi sono plastica buona. Mica cinese. Queste qua ti durano una vita. 
Al mio rientro dagli Stati Uniti ho trovato una nuova emergenza in famiglia. La stessa di prima, però in una versione peggiorata. Senza scendere nei dettagli, è da novembre che faccio dentro e fuori dagli ospedali psichiatrici (e case-famiglia, e presidii di igiene mentale, e gruppi appartamento, e studi legali, e studi notarili, e asl, e banche, e caritas diocesane, e caritas parrocchiali, e associazioni di volontariato, e cliniche private, e case di cura, e tribunali) in veste di parente stretta di persona pazza, o, come recita la cartella clinica «bipolare», con una simpatica minaccia in appendice a caratteri piccoli – pare che la genetica non sia un’opinione – che devo stare in campana altrimenti tra qualche anno potrebbero aprire una cartella clinica anche a nome mio. Nel frattempo vi farà piacere sapere che il Centro di Sanità Mentale e il Consiglio Superiore della Magistratura si chiamano allo stesso modo (CSM), quindi dobbiamo dare ragione a Berlusconi, i giudici sono tutti pazzi. Solo che, lo so che è impossibile crederci, ma credetemi, in Italia la giustizia funziona a meraviglia se messa a confronto con l’assistenza psichiatrica pubblica. Soprattutto in città dimenticate da Dio dove gli operatori hanno l’accento del subappennino, la spilletta del Rotary appuntata sul camice e quarant’anni per chiappa. Adesso potrebbe partire un pistolotto intitolato Pulsatilla vi parla della legge Basaglia, ma nella mia infinita misericordia credo che vi risparmierò. Forse più per stanchezza che per misericordia. Anzi, dimenticatevi la misericordia.
Una buona notizia c’è. A maggio esce il mio libro,  un nuovo accattivante e indimenticabile romanzo, probabilmente senza finale, perché non ho avuto il tempo di scriverlo. Per il resto, oggi mi hanno diagnosticato una colite cronica. Dopo essere passata in farmacia (il farmacista mi ha detto «lei è nervosetta, signorina, rispetti la fila») sono andata in erboristeria a cercare qualcosa per i crampi, l’umore instabile, le occhiaie spaventose, le tette doloranti (ma, ehi, incredibilmente sode), la pancia gonfia a tamburo, l’ira funesta costante interrotta soltanto da brevi parentesi di depressione serale con attacchi di panico, e l’erborista ha detto che avevo sbagliato negozio. Lo so, cretina, - ho detto -, ma sui pullman per Medjugorje quei figli di puttana non mi fanno salire.

Foto 34A sample of pulsatilla's most appriciated features (tette e piedi). (La dermatite è sulla pianta)

(Per inciso, cari amici giornalisti, se proprio volete ancora parlare di blogger, e posto che avete rotto la minchia, se la smetteste di pubblicare sui giornali le mie foto del 2006 mi fareste un favorone).
pulsatilla | 20:19 | commenti (78)


venerdì, 28 dicembre 2007
 
Pagella dell’anno che si chiude, voce per voce, in ordine alfabetico.

AMICIZIA
Sufficienza risicata. Mi dispiace ribadire l’ovvio, ma questi ragazzi di oggi sono troppo distratti da mille cavolate per dedicarsi seriamente alle cose importanti.

AMORE
Rendimento estremamente incostante. Il ragazzo si applica solo a fine quadrimestre e per il resto si assenta, si distrae, si gira. Sta le ore in bagno. Gli abbiamo anche trovato dei giornaletti pornografici. Peccato, aveva cominciato l’anno così bene…

BLOG
Rimandato. Si giustifica ogni giorno, poi c’è stata prima l’autogestione, poi l’occupazione, poi tutte queste assenze… Rimandato.

DENARO
Profitto discreto, ma deve smetterla di arrivare sempre in ritardo.

FAMIGLIA
Ha messo insieme 93 sospensioni in un solo anno scolastico. Agli scrutini ci siamo molto rammaricati che non esista più il sette in condotta. Tuttavia abbaiamo dovuto riconoscere a questa piccola attaccabrighe un’ammirevole dose di sfacciataggine quando ci ha portato il panettone.

LAVORO
Sì, lo sappiamo, suo figlio non merita il 6, ma gli abbiamo messo 6 per punirlo di questa tattica «minimo sforzo massimo rendimento» che alla lunga può essere molto, molto seccante, e che certo non lo aiuterà in futuro.

SALUTE
La più brava della classe indubbiamente. Ragazza studiosa, scrupolosa e ligia al dovere, e anche quando si assenta dimostra ottime capacità di recupero. Promossa a pieni voti.  Ma esce, ogni tanto?

SESSO
È sempre andato piuttosto bene, ma quest’anno ha fatto un paio di interrogazioni davvero sbalorditive. Ha una grande padronanza della lingua quindi, come abbiamo già detto più volte, prende ottimi voti all’orale.

Confidiamo in un 2008 migliore.
pulsatilla | 21:22 | commenti (108)


domenica, 23 dicembre 2007
 
Non c'è sofferenza più indicibile di quella che possono procurarsi due persone che si amano ancora, dove ancora significa dopo che il tempo è trascorso e con esso le opportunità - dice giustamente Enrico.

In questo momento dell'anno triste, innevato e del cavolo mi dedico alla rilettura, probabilmente posterò un po' delle cose che rileggo. Le cose che scrivo, invece, le metto momentaneamente nel cassetto: un'antica e modesta abitudine che ogni tanto va rispolverata.

Negli Stati Uniti tutto bene. Ieri notte ha nevicato. Stamattina sono andata nel bosco a seguire le orme degli animali, ho trovato quelle dello scoiattolo, quelle del procione, quelle del cane, quelle del daino. Poi ho visto quelle dell'orso e sono tornata indietro.
pulsatilla | 08:00 | commenti (32)


martedì, 18 dicembre 2007
 
Trasferta merricana.
Allora. Sono a mangiare in questo albergo stravecchio, famoso per una serie di ragioni, innanzitutto perché ci andavano sempre Rita Hayworth e Cary Grant e tutta la cricca hollywoodiana, poi perché lì John Belushi è stato ritrovato in overdose, e poi perché Cameron Diaz e Justin Timberlake ci hanno fatto recentemente una celebre litigata. Nessuno avrebbe mai sperato, tuttavia, che prima o poi ci andasse anche Pulsatilla.
Cibo terribile, a parte gli antipasti. Tutto molto snob. Tutto molto posh. Io tutta molto ubriaca. Il merlot californiano quando lo bevi, si sa. La vita ti sembra quasi bella. Poi ti ritrovi con la testa nella tazza del cesso – e lì ti integri nell’illustre tradizione: John Belushi eccetera. Sei nel posto giusto per vomitare, no question.
Siccome siamo a una festa di compleanno a Hollywood e non a Scanzano Jonico, la festeggiata è inevitabilmente fatta di anfetamine fino al collo. Credo, tra l’altro, che sia un volgare sovradosaggio di pillole per dimagrire: poesia l’è morta, addio tradizione, saluti a Belushi.
Sul taxi la festeggiata parla a macchinetta, da sola, con me e con il tassista. È fatta. Tra le varie cose blaterate mi dice che mi vuol bene. Il taxi si ferma davanti a un club insieme a diversi altri taxi che scaricano sul marciapiede una dozzina di ragazze bovine di mia conoscenza, le quali starnazzano allegramente «woooh woooh!» e «prrr! prrr!» (quest’ultimo vagito simulerebbe le fusa di un gatto, suppongo). Mi accodo alla serpentina di onomatopee e mi lascio inghiottire dentro il locale che a detta di tutti è molto molto esclusivo, molto molto snob, molto molto posh, e io continuo a essere molto molto ubriaca. L’esclusività del locale è suggellata dall’arrivo inevitabile di Paris Hilton, in stato visibilmente alterato, la quale passa tutta la sera a smessaggiarsi sul telefonino con qualcuno (stupidamente non ho visto se il telefonino era 3, e ora morirò col tarlo). Mi annoio presto. Bracco una ragazza non-fatta e non-onomatopeica e con lei vado a China Town, in un locale ripieno di cinesi ballanti. Cinesi ballanti al piano di sotto; mentre al piano di sopra c’è un pubblico di non-cinesi non-ballanti che ondeggia compattamente tra i fumi prodotti da una rock band adolescenziale formata da non-adolescenti, tra cui l’ex bassista degli Smashing Pumpkins – uno degli ultimi 397 ex bassisti degli Smashing Pumpkins, I mean - , Billy qualcosa (no Corgan, n’artro), che in questa specifica, fumosa formazione suona (sorpresa!) la batteria. Dopo lo show faccio quattro chiacchiere con lui e sua moglie, che ha tipo 22 anni e fa la bassista e porta le calze a rete. Buon per lei.
La mattina dopo io, i miei postumi e le mie occhiaie siamo invitati tutti e cinque a pranzo a casa dei nonni di un'amica della mia sorellastra (complicato, vero?) (volendo essere pignoli non sarebbe neanche la mia sorellastra: è la figlia del marito di mia madre, quindi la frase intera è: siamo invitati tutti e cinque a casa dei nonni di un’amica della figlia del marito di mia madre). Loro (i nonni dell’amica della figlia… ecc.) sono di un paesello vicino Bari e sono arrivati qui negli anni Cinquanta, parlano un inglese buffissimo con accento barese e lo inframezzano con un dialetto allucinante. Divoro focaccia al pomodoro, vino fatto da loro, melanzane peperoni e cicoria del loro orto, olive dei loro alberi, mozzarelle introvabili, provolone squisito, prosciutto San Daniele, lasagne, cartellate col vincotto ricavato dal loro vino, taralli glassati, calzone dolce di ricotta. In cambio non devo fare praticamente nulla, se non annuire quando sento che sotto Mussolini potevi andare in strada con i money in mano e nessuno ti rubava nothing. Tutto questo accadeva ieri a Los Angeles. Surreale. Inoltre i nonnetti hanno una televisione che manda in sottofondo gli spezzoni di Pavarotti. Durante il pranzo il nonno, tenore-wannabe, si alza in piedi per mettersi a cantare con voce vibrante tutti i successi di Sanremo degli anni Cinquanta e rispolvera i fasti del Petruzzelli («mamma son tanto felice/perché ritorno da te»).
Oggi sono partita per le montagne, dove farò una bella settimana di conflitti parentali condita con panettone d’importazione The Three Maries (Le Tre Marie, altrimenti detto). Sulle montagne c’è ghiaccio dappertutto, sto bestemmiando, scivolando, bestemmiando, scivolando; alcune bestemmie sono per il freddo, altre per gli scivoloni, altre per altro. 
Io come sto? Grazie, avevo bisogno di qualcuno che me lo chiedesse quindi me lo chiedo da sola. Bene, grazie. Mi sto assiderando. Ho da lavorare. Sto architettando la fuga a San Francisco e questo mi rende felice (anche perché da lì si profila una capatina nella regione del Napa, quindi altro vino). Rileggo per la terza volta un libro di Amélie Nothomb che mi piace tanto, continuo a smontarlo cercando di capire come diavolo le sia venuto in mente di scriverlo, non essendoci logica nel genio non mi resta che l’ammirata genuflessione. Ho un iPod nano che mi tiene compagnia, tra nani ci si sostiene. E basta.
pulsatilla | 04:42 | commenti (395)


mercoledì, 05 dicembre 2007
 
Mi arriva una email collettiva, scritta da un blogger che non sentivo da tempo.
La lettera fa riaffiorare alla memoria una cosa che - essendo la memoria una faccenda selettiva - avevo sepolto: il Blogrodeo di Rozzano del 2004, il primo vero (inutile) evento bloggereccio d'Italia.
Dice:

Gentildonne, Valentuomini,
potrete forse vergognarvene e dimenticarlo, e tuttavia non lo potete
negare: a Rozzano, quel maggio del 2004, voi c'eravate.
In istato etilico, o in ritardo ingiustificato, o senza il vestito (intendo quello giusto)
Ma c'eravate.
Erano i tempi in cui quella realtà transeunte detta blogsfera aveva ancora voglia di mettersi serissimamente in gioco.
Siamo in possesso di evidenze fotografiche, per coloro che tentassero, in un estremo quanto futile sussulto di dignità, di respingere ogni addebito.
Oggi, alcuni di voi non sono più presenti in rete.
Altri lo sono in modo diverso da allora.
E tutti, per dire una banalità - ramo in cui mi picco di possedere una
certa autorevolezza - siamo diversi da quel tempo che, misurato in numero di post scritti da allora (milioni, a livello mondo) appare così lontano.
Riannodando qualche consunto filo mnemonico, vorrei chiedervi, se la cosa non vi spaura né vi annoia, di raccogliere qualche ricordo laterale e spurio
di quella serata, così che poi, stesi in pubblico i panni della memoria, si possa raccontare alla blogosfera di oggi (che, annoverandomi ancora tra i
suoi coinquilini, non può che essere roba poco raccomandabile) com'era
questo luogo e occasione - la rete dei blog - quando avevamo voglia di
comprendere, di sperimentare, di forzare i confini.
Qualcuno di voi, compreso in elenco, si è già detto interessato all'idea.
Lo vogliamo fare? Lo volete fare?
So che è una perdita di tempo ma tanto, secondo i bene informati, il tempo
non esiste, esiste solo l'atto del misurarlo.
Voi misuratelo con Rozzano, se ne avete la tempra.



Abbiamo risposto tutti all'appello e il risultato è qui.
Vero, ci siamo presi un tantino sul serio. Però l'idea è bella, e noi eravamo davvero qualcuno, o credevamo fortissimamente di esserlo, e invece non eravamo un cazzo, e finalmente l'abbiamo detto.
pulsatilla | 11:01 | commenti (759)


domenica, 02 dicembre 2007
 
Dunque, le cose stanno così - che nelle ultime tre settimane mi sono praticamente trasferita a Foggia per problemi di famiglia, e ho vissuto dalla cara Nonna Mungivacca (che un tempo viveva in periferia ma come in tutte le favole metropolitane le si è costruita la città intorno suo malgrado, e adesso vive in centro, tuttavia conserva un'invidiabile visione campestre della vita che le impone di tirare su la serranda a balzelloni alle cinque e mezzo di mattina dicendo «il sole è già alto, ora di mungere la vacca») e da Nonna Mungivacca manca ogni confort, figurarsi Internet, sicché non si è potuto scrivere quanto si sarebbe voluto, è questo è ciò che volevo dirvi.
Tra le varie cose non fatte v'è anche la lettura dei commenti, che oggi scopro attestarsi sui trecento e passa complessivi, e l'Uccellino mi disse che non leggendoli non mi perdetti niente - anzi, forse, leggendoli ci perdevo qualcosa - quindi non vogliatemene se non li apro. D'altra parte i commenti sono lì per voi, son roba vostra più che mia, lo penso da sempre e oggi più che mai.
Per gli sparuti che mi vogliono Bene-Serio: i problemi si stanno risolvendo, all'incirca e grosso modo.
Per tutti: fra una decina di giorni parto per gli Stati Uniti e torno a metà gennaio, ci si vedrà poco ma ci si vorrà bene lo stesso, or so the story goes.
Un bacio.

P.S. «Dicembre»? Come «dicembre»?
pulsatilla | 15:27 | commenti (150)


venerdì, 23 novembre 2007
 
...Soluzioni.

La Locanda dei Girasoli gestita dai ragazzi Down rischia la chiusura.
A Roma c'è un ristorante, la Locanda dei Girasoli, nato dalla volontà di alcuni genitori di ragazzi con la sindrome di Down di dare una prospettiva lavorativa ai loro figli - Claudio,Valerio, Emanuela e Viviana - che già oggi ci lavorano come camerieri.

Purtroppo non è in una via molto frequentata di Roma (zona Quadraro) ed è molto difficile farlo conoscere.
Però, se non riusciamo a farlo in fretta, le prospettive non sono molto allegre.
La pizza è buona, il locale è carino ed economico e vale la pena dar loro una mano.

Un primo aiuto può essere far girare questo messaggio al maggior numero di amici possibile; se poi conoscete persone o uffici nella zona Appio-Tuscolano o se avete un amico giornalista che può pubblicizzare la loro esperienza è ancora meglio.
L'indirizzo è: Locanda dei Girasoli - via dei Sulpici 117/h  (tel. 06/7610194)

Un altro posto misconosciuto che vale la pena frequentare è l'EsseStore, il non-negozio della socialità, in via Monti di Pietralata, 26. Si vendono prodotti delle cooperative sociali integrate e si mangia cucina biologica ottima (tel. 06/99700267).
pulsatilla | 17:05 | commenti (224)


venerdì, 16 novembre 2007
 
Problemi.
pulsatilla | 22:53 | commenti (130)


mercoledì, 07 novembre 2007
 
Abbiamo due gatti. Opera mia, naturalmente.
Più che due gatti, sono due miniature di gatto. Pesano un chiletto scarso a testa e li puoi tenere in mano, rovesciare, capriolare, in particolare il siamese, che poi non è un vero siamese, i veri siamesi hanno il pelo corto e la coda tagliata, il mio siamese ha il pelo patapuffolo e la codina che fa zan zan (si muove, e il fratello ci gioca). Il fratello invece è tutto nero, il pelo corto, gli occhi tondi verdi. Agile, scaltro, vivace, ti arriva in braccio quando dice lui. Fa gli agguati allo stendibiancheria. E alla coda del siamese, come si è detto.
Il problema dei nomi.
Inizialmente li abbiamo chiamati Mao e Muffa.
Mao quello nero, Muffa il siamese paffutello.
Carino, Mao: breve, onomatopeico, comunista.
Muffa come la Muffa Nobile, il vino. Perché ha il pelo color champagne.
Però era tondo, quindi a un certo punto si è pensato di chiamarlo Sacco.
Sacco e Vanzetti!!!
No, troppo triste.
Mozart e Salieri?
Troppo salottiero.
Giancarlo e Giuseppe.
Ma no, cazzo dici, su.
Bromuro e Stronzio. Bromuro quello calmo, Stronzio l’altro.
No, dài.
Mario Bianchi e John Smith. Due gatti anonimi.
Ma no!
Rino e Bobo.
Rino e Bobo.
Rino e Bobo funziona.
Rino mi sa di agile. Quello nero.
Bobo invece è maldestro, sculetta, cade dal divano. Bobo.
Però dargli il nome di Craxi e Vieri è una crudeltà che il WWF m’avrebbe tolto la tessera.
Allora Bobalino.
Bobalino!
Bobalino!
Bobalino, qua!
Vieni, Bobalino!
Bobalino? Bobo? Bobalino…?
Funzia.
Il nome Rino, invece, non piaceva a nessuno.
Bobalino, e…?
Bobalino, e…?
E?
Il nero ha continuato a chiamarsi in vari modi. Tutti avevano un’idea diversa di come si dovesse chiamare, ergo ciascuno lo chiamava nel modo che preferiva.
«Claudio!».
«Puffo!».
«Volfango!».
«Bigolo!».
«Birillo!».
«Amedeo!».
«Panterozzo!».
«Bonifacio!».
«Ollio!».
«Carcarlo!».
«Bonzo!».
«Bao!».
«Burzum!».
«Banjo!».
«Pepe!».
«Attilio!».
«Woh! Woh!».
Alla fine, non so per quale motivo, abbiamo cominciato a chiamarlo L’Avvocato.
«Dov’è l’Avvocato?».
«L’Avvocato ha mangiato?».
«Signora vicina, ha visto l’Avvocato?».
«Avvocà, scendi. Avvocato, scendi immediatamente».
«Caro Avvocato, mi hai rotto li coglioni».
«Non trovo l’avvocato».
«Bè, chiamalo».

Bobalino e l’Avvocato.
Prossimamente, su PulsaTeleviscion.
pulsatilla | 12:42 | commenti (153)


sabato, 27 ottobre 2007
 
Pulizzista, parte II.

- Pulizzista, dài anche una pulizzata alla zona computer, per cortesia.
- D'accordo signora.
- Non chiamarmi signora.
- D'accordo signora.

La pulizzista si arma di spugnetta e sgrassatore universale e s'immerge nel tenebroso mondo della mia zona-computer. Lo scrittoio semidiroccato stratifica vari livelli di depravazione: l'inizio, lo svolgimento, la fine; il brainstorming, la bozza, il polish; l'ira, l'accidia, la superbia, l'invidia; la gola, a ore pasti; a volte anche la lussuria (raro); è il posto dove i fogli vengono riempiti, inchiostrati, accartocciati, stracciati, bruciati, riscritti; è il luogo del solitario, dello spider, della dama; dei complimenti e degli insulti (da, verso me stessa); è l'antro della strega: il metroquadro in cui fumo, penso, ponzo, grufolo, lascio cadere briciole, cenere, lacrime; mi addormento; mi sputo; cambio mestiere; mi ci rimetto; ricambio mestiere; intigno; m'impunto; m'appendo; m'impiglio; mi scasso la minchia; intesso labili ragnatele, fili virtuali che mi allacciano col mondo, che poi taglio, ripristino, ecc.; soprattutto è il luogo delle bibite gassate, dei tramezzini fuori orario, del sushi avanzato, delle penne che non funzionano, del telefono, degli appunti, degli scarabocchi, e, non avendo il televisore, è il luogo dei dvd, dei pop-corn, dell'hagen-daaz, delle notizie, del podcast, dello svuotamento delle sacche biliari; insomma, la zona computer è sporca. In due parole, è drammaticamente sporca. Fa schifo.

- Puliscila bene.
- D'accordo signora.
- E non chiamarmi signora.
- D'accordo signora.

Qual è l'ovvio epilogo? Che la pulizzista pulizzi male, chiaramente.

- E questo tu lo chiami pulire?
- Mi scuso signora.

Invece no. La pulizzista ha pulito impeccabilmente tutta la zona computer da cima a fondo: come nelle pubblicità, lei richiude la porta, lo scrittoio lucente le fa l'occhiolino.
Dopo averla pagata, abbracciata, baciata, ringraziata, mi siedo al computer che profuma di vetta alpina. Sono pacificata col cosmo. Adagio i polpastrelli sulla tastiera per digitare il componimento in versi che mi sgorga in quel momento dal cuore, dal titolo provvisorio "Rio Casa Mia/E la macchia va via" con cui nonostante le vostre maldicenze concorrerò al Premio Montale, e... accidenti, perché non scrive?
La tastiera sembra piena di liquido amniotico. Se la giri e la inclini, vedi rivoletti di liquido che oscillano da una parte all'altra, come il portacolori che avevo in prima elementare, morbido, liquido, con dentro i brillantini e i pesci finti. Solo che il liquido che c'è dentro la mia tastiera non è un liquido qualsiasi, è il mezzo litro di maledetto sgrassatore universale che la pulizzista ci ha spruzzato dentro.

- La tastiera è da buttare - sentenzia il mio vicino di casa che se ne intende di tastiere da buttare.

E ora vatti a comprare una tastiera nuova.
L'avrei fatto volentieri, se non fosse che ieri mi si è fermato il motorino dall'altra parte della città, e l'assicurazione non mi dà un carrattrezzi di sabato.

- Di sabato il servizio non è attivo. Siamo spiacenti, signora.

Per scrivere questo post ho dovuto riesumare il mio pc ragnatelato del 2004, e se sono riuscita ad arrivare fino in fondo significa che Dio esiste, e temo anche che di cognome faccia Gates.