cos'è la pulsatilla
una pianta. Ha le foglie divise in lacinie lineari, pelose. Cresce nei luoghi erbosi o fra le rocce. Mi è stata prescritta una volta. Quando ho chiesto al mio terapista perché, lui mi ha risposto "Perché sei cattiva". Questo è un blog cattivo per combattere la cattiveria, come da precetto omeopatico. E pulsatilla è una parola che mi somiglia molto. Piccola, saltellante.

accattatevillo
(si pronuncia squinz)


copertina Giulietta Squeenz


el libro piu venduto nei pejori bar de caracas




chi è la pulsatilla
» la pulsatilla in 33 punti
» curriculum vitae
» risposte idiote a domande idiote
» la mia infanzia difficile
» dieci cose che amo
» uomini che mi farei
» parole preferite
» parole preferite (part II)
» parole preferite (foggian version)
» figure che mi hanno segnata

clerks
» uno
» due
» tre
» quattro
» cinque
» sei
» sette
» otto

commenta la pulsatilla
» sii educato e urbano

voglio fare la pubblicitaria
» colloqui in pubblicità (milano)
» colloqui disperati (roma)
» tutta la verità sulle agenzie
» musica da pubblicitari
» trovare idee
» girare uno spot
» fare un naming
» scrivere un radiocomunicato

anzi ci ho ripensato
» faccio la consulente
» faccio la pierre
» faccio la star
» faccio la scrittrice
» faccio l'editor

le mie sgangherate recensioni
» elephant
» coffee and cigarettes
» closer
» ma quando arrivano le ragazze?
» varie
» AC/DC
» solex
» pink floyd
» rapture (versione vernacolare)
» rapture (versione dirigente)
» dick halligan & roma sinfonietta
» traffic free festival
» mouse on mars + tora tora
» one dimensional man + rockinrho
» patti smith + pippe
» musica balcanica + autostop
» delgados
» oneida
» eagles of death metal
» viva zapatero!
» me, you, mamm't e tu
» sangue

posti di un certo tipo
» vecchio franklin
» auditorium
» cocktail garden
» goa
» ristorante divertente

trasferte
» apulia
» isole greche
» isole greche (part II)
» milano-roma
» roma-milano
» modena
» ciclabile del danubio
» sardegna
» berlino
» parigi
» stoccolma
» back to milan
» dolomiti
» dolomiti (part II)
» firenze
» firenze (part II)
» ginevra
» il cairo
» londra
» buenos aires
» venezia
» istanbul

furti
» furto lettore cd
» furto portafoglio
» furto borsa + motorino
» furto seconda borsa
» furto (?) carta d'identità
» furto patente
» furto secondo portafoglio
» furto secondo motorino + rimpicciolimento piedi

storie
» il ragazzino
» la gomma
» gironzolo disoccupata
» il dito nella piaga
» coppia conica
» cuor di pupattola
» frances
» la trota
» le rose che non colsi

le ricette di suor pulsatilla
» premessa
» orecchiette con le cime di rapa
» trofie con zucchine e gamberetti
» pasta e cavoli
» salmone scazzato
» ciambella per cacacazzi
» cous cous porri e calamari
» menù da evitare

pulsatilla si misura con i grandi temi
» le droghe leggere
» la mia generazione
» la donna
» l’esistenza dell’anima
» il petrolio
» il salario
» l’invenzione del t9
» i tempi che corrono
» l'immigrazione
» gli ogm
» la fine del mondo
» l’america
» il lucido per scarpe
» il gelato
» la vita
» la vecchiaia
» l'anima gemella
» i condizionatori d'àere
» la mala sanità
» la morte

stupite i vostri parenti
» neruda
» waldman
» borges
» neruda (II)
» hikmet
» kavafis
» szymborska
» trovarelli
» ginsberg
» di prima
» levi
» clevenger
» nove
» streghe (vangelo delle)
» laborit
» yeats
» kumin
» siti

anni buttati
oggi
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
agosto 2003
luglio 2003
giugno 2003

amici miei
» porucista
» gago
» petunias'
» carla
» dimaco
» marzipan
» manfredi
» marquant
» minimo karma
» pubblico di merda
» controkarma
» edi
» jorma
» lollo
» noncicapisco
» bradipa
» benty
» bop
» malraed
» sviluppina
» a day in the life
» batteria ricaricabile
» cascade
» inventatore crosmaglio
» ubi
» hrundibahkshi
» mavi
» vertigoz
» invasiva
» jun, l'ultima coinquilina
» pullo
» X§
» kaplan
» toilet
» francois de gerard
» dr. psycho

the others
» chinaski
» zoro
» beppe grillo
» nazione indiana
» il primo amore
» isiao
» daw
» arsenio bravuomo
» muntu
» heidi
» herzog
» arkangel
» medusaman
» un verme
» redroofs
» leonardo
» el fluxus vomitato



questo blog è stato visitato *loading* volte.

 



domenica, 06 luglio 2008
 
Clicca per vedere.

Clicca qui per vedere come il governo, dopo averci sbriciolato la uàllera con la sicurezza, abbia deciso di sospendere i processi per immigrazione clandestina - e per decine di altri reati.
Clicca qui per vedere una versione acustica di Faust Harp in mezzo alla landa scozzese. Se ne sconsiglia la visione a chi si commuove per tramonti e chitarre, a meno che oggi non abbiate deciso di piangere.
Clicca qui per vedere il video di The Rip. Occhio, manda vagamente in paranoia. Personalmente la trovo l'opera audiovisiva più bella che abbia mai visto - o una delle.
Clicca qui per  vedere The Rip cantata da Thom. Come non smetto mai di ripetermi, ho sempre avuto buon gusto nella scelta dei futuri mariti.
Clicca qui per vedere come Foggia e Verona, come dice lo slogan di Trenitalia, da oggi sono un po' più vicine (un ragazzo finisce in ospedale dopo essere stato picchiato a sangue da un gruppo di neofascisti perché aveva dei piercing;  altri allegri ragazzi ariani hanno saccagnato di botte un passante perché portava i capelli lunghi; eccetera).

Si organizzano gite per Glasgow, solo andata.
pulsatilla | 01:20 | commenti (6)


sabato, 05 luglio 2008
 
Prima di morire vedrei questo.

-    Mio padre che mi fa le foto mentre io faccio le smorfie sulla locomotiva del treno.
-    Le scale di casa di nonna, mentre salgo sento il profumo del pollo.
-    La voce di nonna che dice «rosolate rosolate», «statti cautelata» o ride facendo quel verso buffo «wih wih wih». 
-    Mio nonno che dice «andiamo a farci una passeggiata», io poso la penna di Snoopy sulla scrivania, balzo giù dalla sedia e mi lascio prendere per mano.
-    L’attimo prima di accendere il cellulare, quando ero ancora insensatamente felice, e avevo la camicia da notte rosa, prima di scoprire che mio nonno se n’era andato.
-    Io e Davide che balliamo la salsa mentre Sol lava i piatti.
-    Io e Sol alle tre del mattino sotto le coperte.
-    Io e Sol che torniamo a casa cariche di buste sotto il sole e ci facciamo l’insalata.
-    Io sulle gambe del Numero 2 al concerto di Riccardo Senigallia.
-    Il Numero 2 che rompe il lungo silenzio di sguardi sussurrandomi: «ci stiamo dicendo un sacco di cose».
-    Quando ho pensato «bussa e ti sarà aperto», e ho bussato.
-    Io che alzo il calice dicendo «a fare in culo questo 2004 di merda», e tutti si uniscono al brindisi.
-    Io e Alfredo al parco della Caffarella in mezzo alle pecore, sotto il sole gentile di aprile.
-    La corsa in bicicletta con i capelli bagnati di fontanella, e Roma in primavera che è commovente nel profumo di glicine.
-    Il giorno che ho conosciuto Giorgio, in via Frattina. Avevo la gonnellina ed ero scioccamente felice.
-    Le cicale sul binario uno della stazione.
-    Lo sguardo sui tetti di Roma che davo tutte le mattine dal mio ufficio di via Nizza. E pensavo: sono a Roma, ma da qui sembra Parigi. È il meglio.
-    Il baretto scalcagnato sotto casa dove ho passato in solitudine il mio felicissimo 2005. Non c’era niente, eppure c’era tutto.  
-    La prima volta che ho visto Davide e ho sentito il cuore battere, il sangue riprendere a circolare e il ventre inaffiarsi di succhi magici. E il 2005 finire.
-    Quando mi sono tuffata nel letto alle nove di mattina dopo aver passato la notte a scrivere il primo capitolo di Giulietta. L’ho svegliato con un bacio e gli ho detto «ho il libro».
-    Il viaggio chiusa nello scompartimento con le chitarre di Needle in the camel’s eye che mi pulsavano in testa, un sorriso stampato in faccia e una barretta di Bounty in borsa.
-    Il mio primo orgasmo multiplo, quando non sapevo che l’amore fosse tutta una truffa. O forse lo sapevo, ma per un attimo me l’ero scordato.
-    L’uomo che mi ha detto: «Sai di erba e foglie». Mai più rivisto.
-    L’uomo che mi ha detto: «Sei nata per fare l’amore». Mai più rivisto.
-    L’uomo che mi ha detto: «Sposami». Mai più rivisto.
-    In realtà l’ho rivisto due settimane fa. Dice che si sposa.
-    La mezzora passata a scegliere una bottiglia al negozio di vini sapendo che quella sera sarei stata sola.
-    Murmur dei R.E.M. in cuffia di notte per strada, camminando a passo svelto e scrutandomi i piedi.
-    Io che canto a squarciagola Janis Joplin al cimitero, sotto il sole, correndo tra le tombe perché sono ancora viva.
-    Quando sono entrata in quel bar a Montpellier e ho sentito Joanna Gimme Hope, e ho pensato che la vita era ancora bella.
-    Pallamuro in cortile.
-    Pallamuro. Pallamuro. Pallamuro. La pallamuro mi ha salvata. Per ore, giorni, mesi, anni, ringraziando Iddio, non ho fatto altro che giocare a pallamuro. 
-    La bici che ho parcheggiato contro un tronco il 2 febbraio 1997, quella con cui andavo ovunque. Avevo il walkman e stavo ascoltando Homburg dei Procol Harum, ricordo questo. Mi sono fatta un taglietto stupido e indolore che mi ha lasciato una cicatrice bianca e indelebile vicino al pollice. Non so perché sia lì, che cosa mi voglia dire o che cosa mi dovrebbe ricordare, questa cicatrice che ho ricevuto senza ricevere il dolore. L’ho sempre trattata come una simpatica metafora.
-    Il rumore della sega elettrica che proveniva dal garage davanti casa. Chissà cos’ha avuto da tagliare, quello lì, per vent’anni. 
-    Il rumore degli autobus che passavano la sera sotto casa di nonna facendo tremare dolcemente i vetri.
-    Io e papà che in macchina giochiamo a: «indovina il nome della pizzeria?». 
-    The Brass Lion. Era questo il nome.
-    Il nostro balletto all’open day del 1997.
-    Loris che mi infila un dito in bocca quando gli dico di no, e quel sapore di dito che avrei ricordato per mesi.
-    Milano a maggio che è quasi struggente, uscendo dal negozio con un doppio dei Ramones.
-    Le note di Houses of the holy nel mangianastri gracchiante che mi raggiungono in giardino.
-    Savior che facendo l’amore per la prima volta mi dice «È bellissimo», e i ciuffi dei suoi capelli che gli coprono gli occhi.
-    La prima notte passata su Internet, insonne, a scaricare i testi di Nevermind e di No Code.
-    Expectations dei Belle & Sebastian. Just dei Radiohead. La Scozia. Belfast. Eureka Street. Tutti quei posti.
-    Tutti i posti.
-    Il gomito della nostalgia, esattamente quel tratto di strada tra via Volta e l’istituto Einaudi che puzza di piscio, dove io passo e piango, esercitando il mio sacrosanto diritto alla nostalgia.
-    La vibrazione lacrimogena tra le palpebre che ho tutte le volte che sento Jane Says dei Jane’s Addiction.
-    Berlino-Parigi su un sedile di autobus ad ascoltare Protection.
-    I titoli di testa di The Velvet Goldmine.
-    I titoli di coda di Fandango.
-    Quella frase, «Please be honest Mary Jane, are you happy?», che mi ha fatto scoppiare in lacrime, scendere dal treno e tornare a casa.
-    Quando sono sprofondata nella vasca da bagno con un bicchiere di vino e Jurgen Paape a palla, finalmente sola, e ho spento tutte le luci.
-    Jorma che mi riporta a casa ridendo e tenendomi a braccetto perché  non riuscivo a stare sui tacchi.
-    Jorma che mi porta a Rozzano, perché mi ero innamorata a prima vista di uno con la bandana e volevo ritrovarlo. Abbiamo chiesto a tutti i passanti: «conosci uno che porta la bandana?».
-    La trasmissione radiofonica Un filo d’aria che aveva una sigla ipnotizzante, soprattutto se ascoltata a giugno.
-    Mia madre e io a passeggiare insensatamente lungo il viale degli aviatori.
-    Il ritornello di The Captain of her heart.
-    Le mattonelle scoppiate della villa comunale. 
-    Il cannolo che mi sono messa a cercare per strada in piena notte perché avevo voglia di una cosa dolce, bianca e cremosa dopo aver visto Lady Vendetta.
-    Enrico che mi tiene compagnia al telefono mentre vado al lavoro in bicicletta.
-    Geppo, lo leggevo da piccola per fare la cacca.
-    Il sabato mattina a Milano quando c’è il sole.
-    Io e Ciccy Belloccy che passiamo la notte a baciarci stesi su una sedia a sdraio.
-    Io e Alessio che precipitiamo l’una nelle braccia dell’altro a quattordici anni, e ci sembrava di non poterci più staccare. Se avessimo avuto vent’anni avremmo detto che era amore. E se ne avessimo avuti trenta avremmo detto che non lo era. Invece ne avevamo quattordici, per fortuna. 
-    Decidere di trasferirmi in Vietnam, una sera in bagno, mentre mi stavo struccando, e cominciare a ridere realizzando di avere davanti una vita lunghissima.
-    I fiori di bouganville sul mio terrazzo, che dopo un mese sfioriscono.
-    Il culo di mia nonna dietro il quale mi andavo a nascondere quando mia madre mi voleva picchiare. 
-    Modena, a doppiare le cassette di Vasco a casa di Serena. 
-    Strolippo che mi chiama Polletto.
-    Alessio che mi dice «Ciao, nuvoletta».
-    Valeria che davanti alla mia torta di compleanno mi mette un braccio intorno alla spalla e mi chiede: «Allora, come ci si sente ad avere dodici anni?».
- La granita con Regina in via Arenula, una qualsiasi delle tante.

Potrei continuare. Per questo dicono che prima di morire ti sfili davanti il film della tua vita: perché ogni immagine ne chiama un’altra. In ogni caso, questo è quello che sicuramente vorrei vedere. E poi c’è tutto quello che non vorrei vedere, ma – quella sì – sarebbe una lista davvero lunga.
pulsatilla | 02:30 | commenti (21)


sabato, 28 giugno 2008
 
Oggi parto per la Puglia. C'è una cosa a Giovinazzo che si chiama «staffetta letteraria», e qualsiasi cosa sia, ho appena scoperto che io partecipo. Bene.
Il primo luglio sera (dio solo sa a che ora; ma si sa, al sud non ci si vede «alle», semmai ci si vede «verso», e in questo caso sarà verso le sette, io credo) presento a Foggia, in piazzetta, alla libreria Edicolè. Chi ci vuol essere, ci sia; chi non ci vuol essere, si faccia venire cortesemente la voglia.
Stesso discorso vale per l'8 luglio alle 18.30, Fnac d Milano.
Penso di essere stata bastevolmente perentoria.
Vi piaccio, perentoria? La risposta giusta è ; lo dico per voi.
pulsatilla | 00:45 | commenti (80)


venerdì, 27 giugno 2008
 
Sono stata ad Arezzo a presentare il libro. Ho dormito in una foresteria del centro, un antico palazzo della curia ristrutturato e ricoperto di affreschi scrostati, a guardarli sembrerebbero del Duecento, ma io di affreschi non ci capisco niente; mentre mi facevo la doccia mi sembrava di fare una «doccia paleocristiana» (libera associazione di parole: di paleocristiano non c’era nulla). Il palazzo è gestito da una coppia di catanesi, la moglie cucina sprigionando nel cortile un odore di polpette, di sugo ai peperoni, di casa. Lui è simpaticamente scorbutico. Non avrei mai scelto di dormire in un posto del genere, mi ci hanno messo gli organizzatori. Il catanese ci tiene a dirti, dandoti in mano le chiavi della stanza 202, che lì ci ha dormito anche Pippo Baudo.
Sul palco della presentazione eravamo in quattro, ma due sono dovuti andare via prima, quindi siamo rimaste io e una giornalista che non aveva letto il mio libro perché aveva capito male il programma. Bel posto, all’aperto, a ridosso delle mura medicee. Quindi ho fatto ore di monologo che non saprei ricostruire. Ogni tanto qualcuno rideva. Alla fine la platea era decimata, e la giornalista ha mostrato la sua ascella pelosa ai pochi eroicamente rimasti ammettendo di depilarsela poco.
Io e la giornalista che non ha letto il mio libro siamo state scacciate dalla foresteria paleocristiana alle dieci in punto di stamattina. Siamo due dormiglione, ce l’eravamo confessato ieri sera, quindi abbiamo puntato la sveglia alle nove e mezzo, spudorate ma forti di quest’alleanza sul dormire, e ci siamo trovate orfane di stanza –in strada - con la valigia ancora mezza aperta e lo spazzolino ficcato in bocca come un chupa chupa. Alle dieci, insisto sul dettaglio. Mancavano ancora tre ore al treno, allora andiamo a vederci il crocifisso di Cimabue, abbiamo detto, sì sì, facciam quelle a cui l’arte importa sul serio, e al cospetto della quale l’essere schiantate giù dal letto è poca cosa.
Siamo andate al bar, prima mossa. Non puoi vedere il Cimabue senza aver preso il caffè, d’altra parte. E accanto al caffè ci abbiamo messo anche una fetta di torta alle noci, che fa molto guelfi. E un cappuccio, che fa molto ghibellini. E una brioche, che fa molto è mattina. E un po’ d’acqua naturale, che fa molto caldo. E due sigarette, che fa molto trendy. E si sono fatte le undici.
Poi c’è stato un problema mestruale, perché la giornalista che non ha letto il mio libro aveva le avvisaglie di blablà ma non aveva gli assorbenti («dovresti leggere il mio primo libro» - l’ho buttata lì, sai mai – «in cui si parla del mestruo e si dimostra che Dio è misogino»); siamo dovute passare in farmacia, dove io ho indugiato a lungo su un polpo di gomma con occhi e bocca, di quelli che fanno fiffuw fiffuw quando li strizzi, di quelli che galleggiano nella vasca da bagno, per intenderci. Rosso. Bello. Tre euro e sessanta, l’occasione fa l’uomo ragno, lo prendo o non lo prendo? Non l’ho preso.
E siamo finite a girellare senza meta. Ci siamo perse fra piazze, antiquari, mercatini, cianfrusaglie di nessun conto, locandine vetuste di La vita è bella. Ci saremmo dovute mettere sulle tracce di Cimabue ma eravamo troppo pigre per spiegare la cartina. «Niente Cimabue», abbiamo deciso. «A me l’ultimo album manco m’è piaciuto».
Nel nostro vagabondare siamo incappate nella chiesa di San Francesco, con l’abside affrescato da Piero della Francesca. Ovviamente, siccome eravamo in terra di Toscana, Piero della Francesca è diventato «Piero», pronunciato come lo pronuncerebbe Piero Pelù, e cioè col vocione, «Pieroooooouah».

-  Qui c’è Pieroooooooouah – abbiamo tuonato entrando nella chiesa di San Francesco.
-  Ma gli affreschi di Pierooooooouah? – ha gorgogliato la giornalista a una sagrestana di San Domenico.
-  Woah, la Maria Maddalena del mitico Pieroooooouah – ho detto facendo il gesto rockenroll delle corna, appena messo piede in Duomo.

E così via.
Alla fine abbiamo visto anche il Crocifisso del Cimabue, verso il quale abbiamo sviluppato un’adorazione groupie davvero degna del Liga, che nel nostro caso era il Cima.
E poi ci siamo messe a parlare losangelino («so like, this is, like, la piaissa del duomow, right?») e calabrese («quehsti toschani c'hanno una culturah vastah, che spazzzia in tutti i campih, un campo di patateh, un campo di cipolleh, un campo di melanzaneh, una coltura vastissima, almeno treh, quattroh ettari») e  il pugliese («Signòura, sono Stefanicchi Conzuelo, ho provato a chiamarvi a casa, mò ho chiamato, uì? mò: chè non ci stavate? Tante cose»; «E quello il cane ancora non ci ho imparato a rispondere. Comunque signora, tu provi più tardi. Di nuovo, tande cose a voi, nuovamende»).

Avrei anche delle osservazioni serie da fare su Arezzo, ma sono le quattro del mattino e devo chiudere baracca, quindi vi chiedo per una volta un atto di fantasia. Sarebbe d'uopo chiudere questo post demenziale con qualcosa di sobrio, tipo «Bella Arezzo, comunque», o menzionare l’ampio bar storico del centro, poeticamente decrepito e pieno di buon cibo, che sarà spazzato via per fare posto a un centro commerciale Zara.

E invece niente. Bella Arezzo, comunque.
pulsatilla | 03:59 | commenti (21)


sabato, 21 giugno 2008
 
Alemanno ha tagliato i fondi per l'Estate Romana e il 27 a Trastevere non si fa più una ceppa di minchia. Cancellate tutto. Vi aspetto a Roma lo stesso, per un torneo di calcio balilla da brivido.
pulsatilla | 17:34 | commenti (38)


venerdì, 20 giugno 2008
 
The Serious Corner.

Un recente rapporto di Greenpeace dimostra che i grandi fornitori di olio di palma stanno distruggendo le ultime foreste indonesiane per far spazio alle loro piantagioni, mettendo a rischio le persone che ci vivono e accelerando paurosamente il cambiamento climatico. Mentre la vostra trascurabile eroina (io) vi scrive, nel Sud Est Asiatico una superficie di foresta pluviale pari a 50 campi di calcio viene distrutta ogni ora. Voi direte, e sticazzi? No, c’è dell’altro: la notizia che oggi ho appreso parlando con la responsabile Campagna per le Foreste di Greenpeace Italia (ciao Chiara) è che Nutella è fatta con olio di palma che viene dal Sud Est Asiatico. Per far sì che Nutella rimanga il mito positivo della nostra infanzia è pertanto necessario che Ferrero faccia tre cose piuttosto semplici:

- dichiarare esplicitamente da chi si rifornisce;
- interrompere eventuali rapporti commerciali con quei fornitori che stanno deforestando;
- sostenere insieme a Greenpeace un'immediata moratoria sull'espansione della palma da olio per salvare la foresta del Borneo.

Caro lettore, smettila di scaccolarti davanti al computer e aiuta Greenpeace e la sua trascurabile portavoce (sempre io) a far pressione su Ferrero affinchè certifichi di non avere rapporti con quei fornitori che deforestano le foreste, incendiano gli incendi, intossicano il clima e uccidono gli ultimi oranghi del Borneo. Concediti di mangiare Nutella senza sensi di colpa, impresa che nel mio caso non è mai stata fattibile, ma comunque.
Partecipa alla petizione on-line ciccando qua.

PS Scrittori belli dentro (tipo me) e belli fuori (tipo De Carlo) hanno raccolto l'invito Greenpeace a sottoscrivere l'iniziativa «Scrittori per le Foreste», ovvero a pubblicare i loro romanzi su carta fatta con fibre prevalentemente riciclate (i dettagli sono sul sito). Il 27 giugno sera ci vediamo tutti (sia gli scrittori belli dentro che gli scrittori belli fuori) a Santa Maria in Trastevere per raccogliere fondi, leggere libri e stare insieme. Venite, e portate chi amate. O se fa numero, portate chi odiate.
pulsatilla | 00:51 | commenti (29)


giovedì, 19 giugno 2008
 
The Spam Corner.
19, 20 e 21 giugno, Venice Jazz Club, Ponte Dei Pugni, Santa Margherita, Dorsoduro 3102, un appuntamento da non perdere per chi magari non gliene frega niente di Pulsatilla (sono con voi) ma in compenso ama il jazz (risono con voi). Carla Marcotulli (lei) e Dick Halligan (troppo cool per avere un myspace) suonano insieme a Venezia per promuovere il loro nuovo progetto «How Can I Get To Mars?». Le info supplementari sono un po' ovunque e per esempio qui. Il disco sta andando alla grande in tutta Europa e siccome io sono una fan della prima ora sono assaj contenta.
Alzate le serenissime chiappe e ite.


copertina

















P.S. Il fotografo che ha fatto lo scatto per la copertina dell'album è lo stesso che mi ha scattato la foto per la bandella del libro. Come sistema la frangetta Paolo Soriani non la sistema nessuno.
pulsatilla | 11:11 | commenti (7)


mercoledì, 18 giugno 2008
 
Ehi, ficus, ho già i primi epigoni.
(Grazie a Manfredi della segnalazione.)
pulsatilla | 13:13 | commenti (15)


lunedì, 16 giugno 2008
 
Allora, adesso vi racconto qual è l'apoteosi della demenza, qualora ve lo steste chiedendo. Qual è l'apoteosi della demenza? Adesso ve lo dico io.
L'apoteosi della demenza si svolge nell'aeroporto Leonardo Da Vinci di Roma, dove caracollo con i miei soliti tre quarti d'ora di ritardo rispetto alla tabella di marcia - se facessi la lista di tutti gli aerei e di tutti i treni che ho perso nella vita ne verrebbe fuori un volume pari all'elenco telefonico di San Paolo del Brasile; e un giorno la farò, la lista; ma l'aereo stavolta non lo perdo, perché ha cinquanta minuti di ritardo, come annuncia il signor interfono, che su un volo Roma-Milano della durata di cinquanta minuti equivale a dire che arriverò a Milano col cento per cento di ritardo possibile, cioè quando la presentazione del mio libro sarà già cominciata, e a questo punto temo di arrivare all'evento (al mio evento) e trovarmi davanti una Pulsatilla altro-da-me che sta discorrendo del suo libro già da un'ora in un universo parallelo dove io non sono nessuno e la gente mi odia. Cosa che in parte già si verifica in questo universo, figurati in quello dove sto per atterrare con cinquanta minuti di ritardo.
Comunque.
Arrivo in aeroporto con tre quarti d'ora di ritardo e l'aereo è in ritardo di cinquanta minuti, quindi ho praticamente cinque minuti di anticipo, e credo che sia la prima volta che mi capita. Faccio il check-in. Finestrino o corridoio? Non lo so, me lo chiedono tutte le volte, è uguale, è come dire mare o montagna, pandoro o panettone, sono quelle domande che non basta una vita intera. È una no-win situation, dico alla signora del check-in: dove mi metto mi metto, m'impanico, e già penso che il mio volo di ritorno sarà venerdì 13. Odio gli aerei. E nel pensarlo lo dico, e nel dirlo poso sul tapis roulant una valigia leggerissima che pesa appena due chili e mezzo, al che la signora guarda i numerini rossi digitali che appaiono sulla bilancia (2.30 kg) e mi dice: due chili e mezzo, proprio sicura di voler partire? Non dice proprio sicura di volerla imbarcare, dice partire, vuol dire che questa signora dell'Alitalia ha capito di me più di quanto abbia capito chiunque in ventisei anni, compresi genitori e fidanzati, e penso che forse potrei sposarmela, questa signora con i fianchi larghi fasciati nel tailleur verde bandiera. E le dico sì, parto, e siccome partire è un po' morire dovrei dirle la pura e semplice verità, e cioè che sto morendo, non partendo, morendo, e a quel punto lei dovrebbe uscire dal suo banco a elle e venire ad abbracciarmi stretta, e io potrei piangere sulla sua giacca Alitalia fissando nell'odore di Stira & Ammira il ricordo di tutti i momenti più felici della mia vita (i cieli azzurri dopo l'ora di catechismo, il campanile con l'angioletto che si vedeva dal balcone vecchio di nonna, la puzza del motore quattro cavalli della barca in Calabria, e quella sera di marzo 2005 in cui mi sono sentita sola, solissima, fuori dal kebab, e onnipotente). Dico solo: sto imbarcando giusto tre mutande e il barattolo di crema alla pera di Annick Goutal che sull'aereo farebbe di me una pericolosa terrorista sovversiva. La signora mi sorride. Le mancherò. Posso andare incontro alla morte col sorriso, sono amata.
Consentitemi una piccola digressione: la paura dell'aereo è un segno di invecchiamento. È come quando cominci a preferire il fondente rispetto al latte, o quando ti trovi a scartare i peperoni dal piatto dell'antipasto perché da qualche tempo a questa parte ti restano sullo stomaco, o quando sfili i calzini del tuo ragazzo storico e noti che ha meno peli di prima sulle caviglie. O come quando ti accorgi che una cosa vale l'altra. La pizza frutti di mare come la vuole, bianca o rossa? E tu non lo sai. Non lo sai perché è uguale. Sai che farà schifo comunque, o che sarà più o meno accettabile comunque, ma la verità è che non te ne importa. Non te ne importa perché la pizza frutti di mare non ti cambierà la vita, adesso lo sai, sei abbastanza vecchio da averlo capito; eppure, un tempo, avresti potuto uccidere per difendere la tua posizione, per difendere il complemento ideale ai frutti di mare, sapevi perfettamente quale delle due era meglio, se la bianca o la rossa, e adesso non te lo ricordi più. E l'aereo, cominci ad averne paura perché cominci a capire che non sei immortale, che le cose vanno storte facilmente. Molto facilmente. Ti hanno spiegato che basta che un uccello si infili nel motore durante il decollo, e dall'ultima pizza ai frutti di mare a oggi sei già stato al funerale di due persone che avevano meno di quarant'anni.
Comunque.
Con me c'è Ivan, anche lui ha paura dell'aereo, e anche lui è un fumatore, e anche lui adesso ha voglia di una sigaretta, e allora adesso ce la andiamo a fumare, ci andiamo a fumare una bella sigaretta. (Altro segno di invecchiamento: quando smetti di pensare che il fumo fa male, fumi e basta, tanto fumi da sempre e stai bene, e poi non dimentichiamoci che stai per partire, cioè per morire).
La sala fumatori è chiusa per restauro - dice il cartello - restauro, come se fossimo alla sala di Raffaello ai Musei Vaticani. Bisogna andare a B5, tipo, e noi siamo tipo a C14. Guardo Ivan: tu la vuoi proprio fumare questa sigaretta? E certo, dice lui: l'ultima sigaretta. L'ultima prima del decollo. L'ultima della vita, forse. Dobbiamo fumarla. Andiamo.
Camminiamo, camminiamo e camminiamo. Dio solo sa quanto camminiamo. C'è una scala mobile da scendere, una sala da attraversare, un rullo trasportatore che ci fa attraversare il lunghissimo corridoio più velocemente, e finalmente, forse, siamo arrivati. Invece no. C'è una freccia. Ci facciamo strada in mezzo ai passeggeri, sono eccentrici, hanno occhiali da sole esotici, sono cinici, è cambiata la lingua, siamo penetrati nell'area dei voli internazionali; con determinazione affrettiamo il passo, pregustando il sapore della sigaretta, scartiamo un ascensore e scegliamo più sensatamente le scale mobili, attraversiamo un'altra sala, svoltiamo a destra, superiamo altri negozi, per stanchezza li notiamo, un negozio di guanti, uno di valigie, uno di telefonia, c'è caos, fa chic, prendiamo un passaggio su un altro rullo, incrociamo degli indiani, il rullo ci vomita dentro una hall e finalmente siamo arrivati. E invece no. Dobbiamo continuare. Superiamo una gigantografia di Natalie Portman, siamo rincuorati da un'altra freccia, ci stiamo lasciando lo chic alle spalle, inciampiamo in un bambino che piange e lo scavalchiamo con incuria, affrettiamo ancora di più il passo, buttiamo un occhio sul monitor per vedere se siamo in ritardo per il nostro volo e sì, porca puttana, siamo in ritardo per il nostro volo, stanno imbarcando, ma a questo punto è demenziale tornare indietro, siamo arrivati, siamo quasi arrivati, B5 è lì, ormai ci siamo, stiamo arrivando, stiamo correndo, possiamo rallentare.
Siamo davanti alle porte automatiche smerigliate della sala fumatori. Relax. Una donna ne esce, sembra una diva, deve appena aver fumato la sua lunga sigaretta da prostituta, ha i capelli troppo neri per essere una brava persona, capisco che sto per entrare in un posto che non mi si confà.
Comunque.
Le porte si aprono quando Ivan fa un passo in avanti, perché c'è la cellula fotosensibile. Entriamo in questa piccola stanza. Le porte si richiudono dandoci la sensazione di essere prigionieri nel carcere di massima sicurezza. C'è un odore nauseabondo, sembra che ci abbiano fumato per intere generazioni senza aprire la finestra. In effetti, non ci sono finestre. Ci sono aspiratori che arrancano, fanno il rumore di trenta asciugacapelli, parlare è impossibile e pare di stare in mezzo alla nebbia della Val Padana. Una fila di mulatti appoggiati alla parete fumano meccanicamente, stancamente e tristemente come nei cessi di scuola nell'intervallo tra fisica e italiano. Non parlano. Siamo una banda di tossici. Ivan parcheggia la sua valigia contro il muro con uno strattone, tipo quando parcheggi in doppia fila e tiri il freno a mano e scendi in fretta senza curarti di come hai messo la macchina. Si tasta le tasche, estrae frettolosamente una sigaretta, se la lancia in bocca, se la accende. Io sono disgustata, non ho voglia di fumare. Ma non posso aver fatto tutta questa strada a vuoto. Devo fumare. Prendo con poca convinzione il pacchetto e me ne accendo una. Abbiamo corso per dieci minuti senza dirci una parola e adesso, che finalmente possiamo parlare, non abbiamo niente da dirci. Elaboro questo pensiero e quando ho finito di elaborarlo la sigaretta è finita. Dobbiamo andare. Ivan impugna la valigia. Ho mal di testa, le porte si aprono, ricominciamo a correre. Corriamo, rullo, Natalie Portman, guanti, chic, bambino, telefonia, hall, rullo, freccia, indiano, caos, scala, nazionali, corriamo, corriamo, Dio solo sa quanto corriamo, arriviamo al gate e non c'è più fila, si sono imbarcati tutti, rotoliamo dentro il finger e siamo accolti dal sorrisone della hostess, benvenuti, per di là, tu che sei, finestrino, corridoio?
E finalmente decolliamo. Non si impiglia nessun uccello nel motore, Ivan ha la faccia tra le mani, mi aveva detto a chiare lettere che durante il decollo non gli potevo rivolgere la parola. Quando l'aereo è per aria mi inclino verso di lui e gli dò un bacino sulla guancia. Vedo un sorriso che fa capolino tra le dita, le dita che gli coprono la faccia e che lentamente si schiudono.
Biscotti o salatini?
Vorrei spiegare a questa cretina che è uguale, che né i biscotti né i salatini mi cambierebbero la vita. E poi, come si fa a stabilire se sono meglio i biscotti o i salatini? È come dire mare o montagna, pandoro o panettone: è una no-win situation, dico all'hostess afferrando i salatini.
pulsatilla | 03:53 | commenti (43)


domenica, 15 giugno 2008
 
«Mi stai diventando una ragazza seria e analcolica. Tristezza e mestizia e comunione e liberazione», protesta un lettore via email. Solo perché mi sono rifiutata di dargli duemilacinquecento euro, in realtà, che lui avrebbe voluto utilizzare per bersi una vagonata di rhum e pera. Le email che mi arrivano sono complessivamente più originali di un tempo, non sono più «Pulsatilla diventiamo amici» o «Pulsatilla ti voglio» ma «Pulsatilla, che c'hai dei soldi da prestarmi?». Ottimo. Comunque no.
Però domani (lunedì) da Bibli (via dei Fienaroli, Trastevere) l'autrice (io) presenta il suo nuovo libro (Giulietta Squeenz) con Ivan Cotroneo (non so cosa scrivere in questa parentesi) alle 21 (accorrete numerosi). Si beve, la notizia letteraria è questa. Ci vediamo lì.
pulsatilla | 14:21 | commenti (20)


mercoledì, 11 giugno 2008
 
Tristezza profondissima. Molto noiosa, come tutte le tristezze. Fermenta in botte alla maniera dei whisky del Tennessee e poi, quando è pronta, sollevo il coperchio e ne scrivo. Oggi ancora non è ora. Un’amica, oggi, mi ha portato i fiori - ogni volta che digito la parola fiori mi viene in mente Meryl Streep che interpreta un personaggio di Virginia Wolf nel film The Hours e mi sento per un attimo parte di un solco letterario di cui potrei raccogliere l’eredità, poi ci penso meglio e no, non credo proprio di potercela fare – e i gatti hanno cominciato a mangiucchiare i gambi; sono come i bambini piccoli, pensano che tutto sia stato messo lì per loro: le maglie sono da smagliare, le pantofole sono da aggredire, le ciliegie sono da rincorrere, i cuscini sono da intridere di piscio. Nell’ordito felino io non esisto. Loro sono i padroni e gli utenti reali, ultimi e predestinati di tutti i miei oggetti. Usano le sedie di paglia come limette per le unghie e la tazza del cesso come ciotola per bere. Quando sarò vecchia e stanca, spero di avere dei gatti come questi (gatti-Duchamp) che mi aiutino a rivedere e a rinominare tutte le cose mie, quelle senza più senso, quelle che mi avranno stancata da un pezzo.
Tra qualche ora lascio a casa la botte di tristezza a decantare e mi porto a Milano per presentare il mio nuovo romanzo. Una cosa tranquilla, etilica e sottotono, pacatamente allineata agli umori dell’autrice: un aperitivo fuori da un bar all'angolo tra via Cadore e via Pinaroli, si chiama L’Elettrauto, un vecchio elettrauto a cui non hanno mai staccato l’insegna – puro stile Milano, commenta giustamente Marco Rossari nell’email in cui mi comunica che ha di meglio da fare e non verrà.
Per chi vuole e può, ci vediamo oggi alle 18.30 – sempre che l’aereo non precipiti facendomi fare la fine di Ritchie Valens della Bamba (che prima di sfracellarsi ci ha fatto dono di Para bailar la Bamba se necesita una poca de gratia, al che uno dice, visto che stronzo dovevi morire, se morivi un filino prima ne avremmo guadagnato un po' tutti).
pulsatilla | 02:27 | commenti (37)


martedì, 10 giugno 2008
 
A questo punto te lo dico, qual è la cosa molto semplice da fare per tenermi sempre con te e non farmi andare più via: avere fiducia in me, in te e in noi. Quando ti dirò che non ce la faccio, tu mi dovrai dire che ce la posso fare eccome. Quando ti dirò che forse sarebbe meglio separare le strade, tu mi dovrai dire che non troverò nessun amore bello come il nostro. Quando avrò voglia di scopare qualcun altro, tu dovrai dirmi che nessuno mi sa scopare bene come te. Sono una persona semplice, per farmi restare devi soltanto dire «resta».
Nessuno ha mai osato chiederlo, e forse, in fondo, non sarebbe mai valsa la pena restare.
pulsatilla | 00:47 | commenti (53)


lunedì, 09 giugno 2008
 
A grande richiesta, torna la grande e amatissima rubrica di scambi Pulsatilla Portese!
(Significa che torno beceramente e solo per chiedervi un favore).
Ho bisogno urgente di trovare una governante, la quale deve, a partire da questa settimana:

- andare a vivere in una bella e ampia casa romana con due cani e un disabile
- non avere paura né dei cani né dei disabili
-  cucinare
- organizzare e tenere pulito il posto
- avere un udito che le consenta di sentire quando i cani piangono e quando il disabile chiama
- parlare bene l'italiano
- parlare bene il canino (facoltativo)

800 euro mensili più contributi e giorni liberi settimanali. Il ragazzo è giovane, i cani sono tesori.
Per contatti, usate pulsatilla@gmail.com

Importante! Grazie!
pulsatilla | 11:41 | commenti (4)


lunedì, 02 giugno 2008
 
Pensieri inutili del due giugno:

- E' il due giugno.
- Ho visto il Rocky Horror dal vivo tante volte, io.
- Dopotutto anche Proust era autoreferenziale.
- A settembre ricomincio a fare step acrobatico. Ho deciso.
- Ma perché a qualcuno risulto antipatica? Io sono oggettivamente simpaticissima.
- Piove, poi non piove, poi piove. Decidetevi.
- Ma se dessi le chiavi alla ragazza delle pulizie...?
- Forse non sono poi così simpatica.
- Chi ha inventato la maionese?
- Bisogna distinguere tra emozioni e sentimenti. A provare emozioni siamo bravi tutti.
- Oggi di lavorare non tengo proprio gana.
- Perché le salse non producono progresso nell'umanità, a differenza dei jeans, della ruota, della penicillina e di tutte le altre cose. Secondo me la maionese in particolare non doveva essere inventata. E' un bug. 
- I miei gatti stanno morendo di fame.
- Ma cosa si festeggia il due giugno? Perché è tutto chiuso? Cosa ci dovremmo ricordare?
- Devo ricordarmi di non fare figli. Morirebbero di inedia, come minimo.
- Continuo a comprare libri senza leggerli. Si chiama lavoro di pessimizzazione. Sarebbe il contrario dell'ottimizzazione, la pessimizzazione.
- Come si fa la e maiuscola accentata, sul mac?
- Il partigiano Johnny me l'hanno regalato nel 2005. Mai letto.
- Minchia, è tardi.
- Quasi quasi scrivo su splinder.
- Certo che oggi, di lavorare...

E poi ricomincio daccapo.
I giorni festivi mi uccidono.
Sono sicura che lo direbbe anche Leopardi, se avesse un blog.
pulsatilla | 19:27 | commenti (59)


mercoledì, 28 maggio 2008
 
Le mie lamentele sulle tastiere francesi mancavano totalmente di prospettiva geopolitica, perché per capire cosa significa metterci venti minuti per scrivere tre righe bisogna assolutamente provare quelle turche.
Comunque con questo pazzo pazzo medioriente ho chiuso. Sono tornata. In realtà non bisognerebbe chiamarlo medioriente, è un termine eurocentrico (medio rispetto a che? medio rispetto a noi europei, stronzi e autoreferenziali), ma chiamarlo sud-est asiatico non si può più adesso che c'è l'euro, e poi sarebbe geograficamente impreciso, quindi per tagliare la testa al toro diremo semplicemente che sono stata in Turchia. Dunque, è andata bene, non sono stata venduta al gran bazaar per due cammelli brocchi e non sono finita arrotolata in un tappeto. Tutti i luoghi comuni sui turchi sono falsi, a parte quello, verissimo, che fumano come turchi - entrare in un autobus è come fare una visita con Piero Angela dentro un polmone in cancrena. A parte questo tutto bene. La cosa peggiore che mi è successa è stato incappare in una guida turistica che parlava come Guzzanti quando fa Quelo, e che mentre visitavamo il palazzo del sultano mi ha detto proprio quello che un visitatore vorrebbe dando un lungo sguardo all'antica Bisanzio, e cioè che il sultano era come Berlusconi e il Gran Visir era come Bondi. Pare anche che l'attuale primo ministro turco sia molto amico di Silvio e che infatti l'abbia invitato al matrimonio di sua figlia; e che Silvio abbia cercato di baciare la mano della fanciulla rischiando di essere menato. Le reazioni che ho raccolto negli ultimi dieci giorni tra Francia e Turchia dopo aver dichiarato la mia nazionalità sono state:
- Ah, e Alemanno?
- Ah, la spazzatura a Napoli...
- Ah, ma la Lega?
Un musicista di New York mi ha detto che secondo lui Berlusconi non risolverà il problema della monnezza. E io:
- Ah, ma dài.
Il chill-out festival è andato benissimo. Ho passato il pomeriggio con un omaccione di colore di 200 circa chili che prima di dedicarsi al chillout si dedicava al commercio di armi e droga a Pasadena. Dal parlare di hip-hop siamo finiti a parlare di questioni razziali, e dopo il terzo ouzo (che in Turchia si chiama in un altro modo, ma fa schifo uguale e ti storce dopo il primo sorso) gli stavo raccontando la barzelletta di Stevie Wonder che va da Ray Charles e gli dice «certo, che sfiga essere ciechi» e Ray Charles che dice «pensa se eravamo pure negri» (il fatto che io sia tornata in Italia sulle mie gambe attiene pertanto alla voce miracoli).
Dopo il concerto i Morcheeba ci sono venuti a fare dei complimenti sperticati (dico ci perché erano irrimediabilmente convinti che io fossi una corista dei Bitter:Sweet, mentre in realtà ero la figlia della moglie del padre della cantante: ma non importa) e mentre la mia band (la band in cui canta la figlia del marito di mia madre, intendo) firmava gli autografi ai Morcheeba io cercavo di intortarmi il cornista (come si chiama il suonatore di corno?) dei Pacha Massive. Era filippino e aveva dei piedi giganteschi. Metto la mia scarpa contro la sua e gli faccio notare che ci portiamo venti centimetri di differenza.
- Do you know what they say about people with big feet? - mi fa. Era lui, ora che ci penso, quello che ha cominciato a intortare. Sì, decisamente.
- That they have big socks. - ridiamo. (Socks fa rima con cocks, capito? ah ah ah.) - Do you know what they say about Asians?
- No. What.
- Well... They say they have small dicks.
- Did you ever try one?
- Yeah, Vietnamese and Thailand. I mean: Thai. Uhm. Have I just said that I fucked the whole Thailand?
- You're giving me too much information.
- Thai. Just one Thai. Believe me.
- They say it's this big - e mi mostra la distanza tra la base del polso e la punta del dito medio, che nel suo caso era una distanza ragguardevole, per non dire dolorosa.
- Jesus Christ, you're being so flirty.
- I'm not flirting. It's all in your mind.
- Sure.
Sopraggiunge un ragazzo biondo che tartaglia qualcosa in inglese a proposito dei suoi pantaloni.
- Where are you from?
- Scotland.
- Okay. That's why I don't understand you.
- I said £%(//:_°§é??trousers.
- What?
Mentre cerco di intelligere lo scozzese ubriaco, mi precipita addosso una ragazza che puzza come una botte di Johnny Walker andata a male. Si addossa a me, mi spreme dentro l'inquadratura della macchina fotografica che ha deciso di puntarmi contro e dopo avermi immortalata si tira fuori dalla bocca una scheggia di mentina all'anice.
- You want some?
- No, thanks.
Questo è stato più o meno il chill-out festival. Che, siccome come avrete capito c'era l'open bar, ci ha messo veramente un attimo a diventare il freak-out festival.
Ho anche visitato l'harem. Bellissimo, da un punto di vista architettonico. Dagli altri punti di vista un po' meno.
- Qui venivano tenute le ragazze comprate al mercato - mi indica Quelo indicando un edificio piastrellato con deliziose mattonelline azzurre. - Il sultano le faceva andare a scuola perché non parlavano russo visto che venivano conquistate in altri paesi. Imparavano a capire il turco, servire il tè, cantare e ballare la danza del ventre.
Sono raggelata. Mi indica un altro edificio.
- Qui venivano messi gli schiavi castrati che erano per lo più negri.
Eccetera.

Ho lasciato in Turchia due libri nuovi, tutti i regali comprati, il nuovo album dei Bitter:Sweet e un paio di occhiali da vista. E così, per la cronaca: la macchina che mi ha portato in aeroporto mi è costata otto dollari, una pizza al tartufo mi è costata 65 dollari, un bloody mary 40 dollari, una bottiglia di dom perignon à la carte 3000 dollari. In altre parole, la cosa che conviene fare appena arrivati in Turchia è chiamare una macchina, farsi portare in aeroporto e tornare immediatamente in Italia.

Fine.
Che in turco si dice in un altro modo.
Ed è tipo una parola di ventiquattro sillabe.
pulsatilla | 17:22 | commenti (26)


martedì, 27 maggio 2008
 

Lo so, ce una pubblicita gigantografica del mio libro sulla pagina di Splinder, e le tastiere turche non hanno gli apostrofi, due ragioni validissime per farsi venire lesaurimento nervoso, appena lo smaltisco posto qualcosa.

Intanto chiedo scusa per il disagio.

Saluti da Istanbul.

pulsatilla | 19:23 | commenti (32)


martedì, 20 maggio 2008
 
Detto tra noi, non credo di aver scritto il romanzo della mia vita, di aver finalmente incontrato il mio libro, the libro; no. (Ho deciso di parlarvi un po' di un mio libro. Quello che esce tra una settimana in libreria. Non che ne abbia voglia, di parlarvene; e neanche di vederlo uscire, ora che ci penso).
Giulietta Squeenz (questo è il titolo. Si',* lo so, è un titolo demenziale**. Squeenz si pronuncia SQUINZ, ed è il nome della protagonista del romanzo***) è un interregno, serve a traghettarmi da un posto a un altro.

* purtroppo mi trovo in Francia e su questa tastiera bastarda manca la i accentata. Quindi mi vengano condonati i vari si', li', colibri'.
** Della serie che Pulsatilla non impara mai dagli errori. Pur essendomi condannata a vita a dialoghi di questo tipo
- Ah, brava. E come si chiama il tuo libro?
- La Ballata delle Prugne Secche.
- La Ballata...? (faccia contrariata)
- delle Prugne Secche.
O a sms come
"Ora acqua mandarci messaggi. Vi faccio ancora tanti ampliodoti per il tuo libro drivetntissmo La Ballata delle Spugne Secche"
, nonostante questo ho avuto il fegato di inventarmi un altro titolo cretino, che mi condannerà per il resto dei miei giorni a
- Ah, brava. E come si chiama il tuo secondo libro?
- Giulietta Squeenz.
- Giulietta...? (faccia contrariata)
- Squeenz.
- Squinz? Come squinzia?
- No; Squeenz come su, qu, u, e, e, enne, zeta.
Che volendo è ancora peggio.
*** Squeenz è il nome della protagonista. Cioè, la protagonista si chiama Giulietta, e ha un amico che la chiama sempre con dei nomignoli odiosi, che ogni volta cambiano. A lei vanno bene tutti, ma il nomignolo che proprio non sopporta è Squeenz. Dice: per favore, chiamami come ti pare, ma non chiamarmi Squeenz.
Da cui il titolo del libro Giulietta Squeenz.

Intendo dire che se il libro non dovesse piacervi non importa. Tanto è un interregno. Che non significa niente, interregno, ma mi piace la parola. Anzi, oso dire che se non dovesse piacervi (l'interregno) sarebbe una specie di sollievo, perchè non credo che potrei mai più scrivere niente del genere (l'interregno). In effetti è lo stesso problema che mi si è presentato dopo il primo libro, che pero' è piaciuto un sacco quasi a tutti e ha venduto un sacco eccetera eccetera. Dov'ero? Mi sono persa. Ah, si', al libro (che per comodità, se siete d'accordo, potremmo decidere di chiamare l'interregno, per esempio).

- Ah, brava. E come si chiama il tuo secondo libro?
- L'Interregno.
- L'Inter...?
- Regno.

Si sconsiglia la lettura del mio secondo libro (l'interregno) alle seguenti categorie di lettori:

- coloro i quali amano i libri senza trama
- coloro i quali amano i libri con molta molta trama, tipo i romanzi di Dostoevskji o Dan Brown. Ecco: vi piacciono i romanzi di Dostoevskji? Vi piacciono i romanzi di Dan Brown? Ecco, appunto: non comprate il mio libro. Risparmiate dodici euro e andatevi a mangiare la pizza dallo Zozzone. (Sono abbastanza sicura che Dostoevskji non si scriva cosi', ma google Francia mi scoraggia).

E non mi vengono in mente altre categorie. Facciamo cosi', mi faccio una breve intervista per facilitarvi le cose.

- Giulietta Squeenz è un libro autobiografico?
- No.
- Fa ride?
- A volte. (Inutile dire che è molto più facile far ridere quando si fa satira, cioè quando si sparla su vari argomenti, che non quando si fa narrativa. Era inutile, ma l'ho detto lo stesso).
- Fa chiagne?
- No. Credo di aver sfiorato il tragico senza mai andarci veramente con i piedi dentro.
- Trovi che i personaggi siano sfocati?
- No, anzi. C'è un personaggio che passa tutto il tempo del romanzo a cercare di darsi fuoco.
- Ah ah ah. Era una battuta?
- Naah.
- E' scritto bene? E' scritto con cura?
- Molto. Molta cura.
- Sei soddisfatta?
- Mai.
- Meglio o peggio delle Prugne Secche?
- Meglio.
- Ti aspetti di bissare lo stesso successo?
- Sarebbe bello, ma francamente no.

E come direbbe Forrest Gump: non ho altro da dire su questo argomento. Dubbi? Domande? Scrivetemi pure, o, meglio ancora, teneteveli. Se comprate il libro mi fa piacere. La casa editrice è Bompiani. Io sono io. Chiedete dell'interregno, sicuramente tornate a casa con la coscienza pulita e 12 euro di più in tasca. E un libro in meno da leggere. Poi fatemi sapere com'era la pizza.
pulsatilla | 01:48 | commenti (75)


lunedì, 19 maggio 2008
 
Vi scrivo da un posto di campagna dove c'é puzza di cavallo forte, ma proprio forte. Mi trovo in Francia per lavoro, evidentemente nella mia vera dimensione: spalare merda di cavallo. E a tempo perso presentare il mio libro in varie città (Parigi, Marsiglia, Lione, Montpellier). Torno a Roma il 24 mattina, vado a casa, lascio giù la biancheria sporca di cavallo, prendo su la biancheria pulita di non cavallo e il pomeriggio prendo un volo per Istanbul. A Istanbul devo andare a vedere la mia strasorella (anagramma migliorativo di sorellastra, modestamente di mia invenzione) e il mio trignopà (questa funziona meno) che suonano a un festival di musica elettronica (lo voglio proprio vedere, il mio patrigno che suona a un festival di musica elettronica: praticamente vado in Turchia a posta). (Istanbul è in Turchia, giusto?). (L'altra ragione è che la mia strasorella mi porta cinque stecche di Camel Lights da Los Angeles per soli 81 dollari: qui costano 4,30 euro a pacchetto, just do the maths e capisci che il biglietto per Istanbul si paga da solo).
Torno il 28. Il 28 succede una cosa buffa, esce un mio libro. Quale? Tipo quello che sta tra il primo libro e il terzo libro. Esatto, il mio secondo libro. Dovrei parlarvene, ma non ne ho voglia, preferisco parlare d'altro. Sapete che se cuciamo insieme tutti i vasi sanguigni e tutti i capillari di un essere umano copriamo due volte la distanza fra la terra e la luna? E tante belle cose anche a voi.
pulsatilla | 18:43 | commenti (12)


martedì, 13 maggio 2008
 
Mi chiamo Walter Siti, come tutti.

Il miglior incipit che abbia mai letto. Credo.

Campione di mediocrità. Le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa. Più intelligente della media, ma di un'intelligenza che serve per evadere. Anche questa civetteria di mediocrità è mediocre, come i ragazzi di borgata che indossano a migliaia le T-shirts con su scritto «original»; notano la contraddizione e gli sembra spiritosa. L'eccezionalità occupa i primi cinque centimetri, tutto il resto è comune. Se non fossi medio troverei l'angolatura per criticare questo mondo, e inventerei qualcosa che lo cambia.
Da qualche mese sono sereno, ma niente è più fragile della serenità, devo scrivere questo libro prima che finisca lo stato di grazia. L'editore non vuole rischiare nemmeno un anticipo, e ha ragione. La luce preserale indora la statua di S. Giuseppe Labre giù nella piazzetta, mentre lontanissima si intravede lattiginosa la cupola di S. Pietro - su un terrazzo qui sopra sventolano due lenzuola leopardate. Devo ricordarmi che ancora, in questo autunno del novantotto, a sessant'anni abbondantemente compiuti, riesco a sopportare la forza del cielo. L'anno scorso alla cupola di S. Pietro ci abitavo vicino, vedevo le ambasciate con gli stemmi e le macchine blu.
L'apparente regressione economica è nata da una scelta d'amore: ma questo non contrasta con la mediocrità appena asserita, anzi. La serenità è un prodotto aritmetico, l'interno moltiplicato per l'esterno: più uno dei fattori, per esempio, l'interno, ha un numero elevato, più l'altro fattore (in questo caso il contributo esterno) può essere basso.

Etimologicamente, 'sereno' è collegato con 'asciutto'. La morsa di dolore che è stata la ia compagna per tanti anni se n'è andata, quel peso di lacrime non saprei più nemmeno ricostruirlo; come se al precipizio senza fine si fosse opposto un sonno, volevo dire un fondo, un pavimento al di sotto del quale non posso cadere - e questo pavimento è composto di ciò che ho raggiunto nella mia vita, i romanzi la cattedra universitaria gli affetti, partendo da una condizione di smaccata inferiorità. Il fatto che io adesso, da questo appartamento di via Tina Pica 23, possa staccare i telefoni e isolarmi da tutto, non prevedendo come interruzione che qualche onesto piacere, testimonia quanto ho lavorato e quanto mi sono attraversato. Che sia una caratterista brava come Tina Pica a intitolare la mia strada mi pare giusto e bello, Eduardo che è poche strade più in là sarebbe stato troppo.

Arrivata a questo punto ero già andata alla cassa ed ero già tornata a casa e mi ero già stesa sul letto e avevo già staccato i telefoni e avevo già ricominciato a rileggere tutto dall'inizio.

Quartieri-dormitorio, li chiamano: unico faro la domenica il centro commerciale di Serpentara. Via Tina Pica è una stradetta senza uscita, conclusa da una rete metallica che la divide da una scarpata e dai campi; a tratti ci arriva ancora un po' di vento selvatico, qualche profumo d'aperto. Non c'è pubblica illuminazione: un consigliere di Alleanza nazionale martella interrogazioni al Comune, senza esito. Qui, se non ti droghi, la sera  puoi anche morire; i cocainomani si ritrovano ai «secchioni», cioè intorno ai bidoni della spazzatura. La cocaina è la droga perfetta in un'epoca di omologazione: è ormai economicamente accessibile ai borgatari che fanno impicci, ma costa ancora quel tanto di più dell'eroina perché la si possa pensare come la droga dei ricchi - è l'equivalente degli swatch e della linea jeans di Armani. Solo che per i ricchi è la droga della performance, della super-prestazione, mentre per i coatti è il condimento di una paranoia immobile e passiva; al contrario degli acidi e delle droghe di sintesi in generale, non ti costringe a viaggi, puoi tirarla guardando la tivù. Sarebbe anche la mia preferita, se mi drogassi.

Walter Siti, Troppi Paradisi, Einaudi.
pulsatilla | 01:59 | commenti (41)


lunedì, 12 maggio 2008
 
E meno male che ci sono gli amici.
Pulsatilla: «Conosco un trucco per fare impazzire qualsiasi uomo a letto».
Lucone Tortellone: «Nascondergli il telecomando?».
(Lucone ha un blog geniale, andateci.)
pulsatilla | 00:29 | commenti (21)


domenica, 11 maggio 2008
 
Foto 71
pulsatilla | 18:58 | commenti (8)
 
Ricominciata l'insonnia. Mi sento di nuovo come Edward Norton in Fight Club, imprigionata in una fotocopia della realtà (o come dice Ed: nella fotocopia della fotocopia. Della fotocopia). La mancanza di riposo mi dà la sensazione di vivere sottaceto. Nessun aggancio con la vita concreta: passo le notti a guardare film in divvidì e mi sembra di guardare uno spettacolo di ombre cinesi dopo l'altro. A volte arriva il lupo. A volte arriva il cane. A volte arriva il cammello. Bau bau. Nessuna emozione. (Siamo l'unico paese al mondo dove il cane fa bau bau. Nei paesi seri fa wof wof). Se guardo la strada è uguale: ombre che sfilano piatte. A volte passa il brum brum. A volte passa un tossico. A volte qualcuno si bacia. Qualcuno si diverte, o finge di. Nessuna emozione. Quando ho voglia di emozioni forti, oppure semplicemente di piangere, apro l'Internazionale o compro l'Unità - che rappresentano l'equivalente del gambetto di re negli scacchi, o del centromediano metodista nel calcio: care, graziose, dismesse anticaglie. Chiudo il giornale. Chiudo le persiane, tanto le piante sono tutte morte, non c'è più niente che abbia bisogno di luce. I cibi  guasti che per pigrizia non tolgo dal frigo mi hanno dato l'input per iniziare una collezione di muffe e funghi. Sono molto più facili da collezionare rispetto ai francobolli perché non hanno bisogno dell'album. Quando mi sento sola mi basta sollevare il tappo del latte e ho qualcuno che mi capisce davvero.
Parliamo di politica. Anzi, per carità, non parliamone. La mia amica Regi (detta anche la signora di marzapane o la nana da giardino) ha fatto il riassunto delle nomine ministeriali in questo breve ed esaustivo post,  manlevandomi dall'onere di dover fare l'appello dei soggetti circensi. Interessante notare che mentre il ruolo dell'intellettuale viene lentamente spolpato, operazione ormai in corso da diverso tempo, i miei gatti curiosamente prendono tutte le notti un libro dalla libreria. Non so se lo leggano anche, ma di fatto la mattina quando mi alzo trovo un libro per terra e lo devo raccogliere e rimettere sullo scaffale. Hanno fatto una carboneria? Forse stanno organizzando un colpo di stato? Forse di qui a poco ci ritroveremo dominati dai gatti, nella tirannide felina? Poi mi rubano le sigarette dal pacchetto e me le nascondono, e mi dico che vogliono solo giocare, o al massimo massimo aspirano al Ministero della Sanità.

We only come out at night
We only come out at night
The days are much too bright
We only come out at night

[ clicca per altra insonnia ]

pulsatilla | 04:34 | commenti (19)


sabato, 10 maggio 2008
 
Tieniti le tue telefonate (breve componimento a rima sciolta)


Tieniti le tue telefonate. Cosa sono le telefonate? Niente. Pensavo fossero qualcosa e invece non sono niente. Quanto costa fare una telefonata? Non ti costa niente, fare una telefonata. Chiamami pure, furbone, mettiti la coscienza a posto per soli 5 centesimi al minuto iva inclusa, fammi gli auguri per l’onomastico, sentiti importante perché te ne sei ricordato – sei un terrone, ecco cosa sei, solo i terroni si ricordano gli onomastici, e io, i terroni e io, e siccome non sei io, allora sei un terrone.
Tieniti le tue telefonate. Mandami le canzoni di Paolo Conte per l’onomastico – non ti ricordi neanche più quale mi piaceva, né perché: ma tanto per voialtri tutte le canzoni di Paolo Conte fanno pling pling pling – , dimmi che Venezia è bella, che sono fortunata a passare il mio onomastico proprio a Venezia, riempimi di banalità, ripetimi ancora una volta quanto sono fortunata a fare quello che faccio, cioè la scrittrice, cioè nella fattispecie scrivere brevi componimenti per idioti intitolati “Tieniti le tue telefonate”.
Tieniti le tue telefonate – pensavo, cercando di capire la psicologia del lucchetto della moto del mio ragazzo, quello con cui secondo te sarebbe finita prima o poi: da che parte si gira la porco giuda di chiave? –  e tieniti soprattutto la tua retorica psicoterapica, “capisco come ti senti”, “vieni qui piccola mia”, “empatizzo profondamente”, “ti cerco”, “mi piace accoglierti e tenerti” e tutte le altre frasi che hai imparato alla scuola radio elettra per psicoterapeuti. Ti ho detto che devi andare a fare in culo,“Vai a fare in culo” ho detto, e se tu mi rispondi con voce baritonale e vibrante “Empatizzo, piccina mia, capisco cosa stai provando e rispetto la tua rabbia” mi costringi a ripeterti, questa volta gridando fino a farmi asciugare l’ugola, che devi andare a fare nel culo, nel culo, nel culo e nello straculo.
Tieniti le tue telefonate. L’ho già detto? Mi ripeto. Le telefonate che una volta mi facevano dire oh, che ragazzo d’oro, trova il tempo per telefonarmi così spesso. Quanto valgono le tue telefonate? Niente. Meno di cinque centesimi, perché hai fatto lo You and Me. Ti fai fare lo squillino e poi mi richiami per non farmi spendere, è un gesto galante, ma non significa niente, è un gesto vuoto, come mettersi il tovagliolo sulle ginocchia e aprire la portiera e issarmi la valigia sul treno. Sei un cavaliere vuoto. Non sei un cavaliere. Sei un’armatura. I cavalieri combattono per quello che amano, e qualche volta non tornano vivi dalla guerra.
pulsatilla | 01:05 | commenti (29)


martedì, 22 aprile 2008
 
PULSATILLA SI CALA LE BRAGHE
Questo post si potrebbe intitolare anche «Faccela vede’, faccela tocca’», o «Sono rimasta in mutande», ma io sono favorevole alla riqualificazione della parola braghe (e del punto e virgola, che senza il mio contributo minaccia di estinguersi; ma questo è un altro paio di braghe).

Dunque, siore siori,
ho una notizia da darvi: mi hanno comprata con un pugno di mutandine.
Cioè, non è partita così, è partita in modo molto più onesto. Con un’email.


Ciao Pulsatilla,
sto sviluppando un progetto per un nostro cliente, che prevede uno scambio di visibilità con blogger italiane.
Il cliente produce biancheria intima: www.spiman.it
L'idea è di far provare il prodotto Spiman ad alcune blogger e presentare il blog con un'intervista o altro nella newsletter mensile della community SpimanClub.
Mi piacerebbe che anche tu facessi parte del progetto.
Se ti va ne parliamo per telefono, in calce trovi tutti i miei contatti, attendo i tuoi, se desideri.


Mutande da provare? Le mie dita volano sulla tastiera e cliccano “reply”.

Divertente.
Il mio numero è xxx-xxxxxxx, ci sentiamo domani se per te va bene.


L’indomani la ragazza mi chiama. L’affare è questo: mi manderanno a casa un pacco di biancheria (tutto quello che devo fare è indicare le mie preferenze: sul sito ci sono una marea di completini bianchi, neri, di pizzo, a fiorellini, e farfalline, gialli, rosa, è il sito dei balocchi; e indicare e le mie taglie. Facile), io in cambio mi lascerò intervistare sul tema della letteratura e della smutandazza (più la seconda) e farò una piccola recensione smutandereccia sul mio blog (di cui quello che state leggendo rappresenta il penoso risultato). 

-    Ok!
-    Ok!

Diventiamo subito amiche. La smutanda che ti lega.
Scegliere i completini è stato un gioco da ragazzi. Sono semplicemente andata sul sito e ho semplicemente cliccato come un’ossessa.
Invece trovare le mie taglie è stato più complesso. Sono andata davanti allo specchio e mi sono guardata. Poi sono andata a scrivere un’email. 

Mi sono dimenticata di dirti un dettaglio importante: sono un soggetto difficile.
Non conosco le mie taglie.
Anche perché ogni volta che compro un reggiseno cambiano sempre, le taglie.
Tra parentesi, pochissime volte nella vita ho trovato un reggiseno che mi stesse bene e che non sia finito nella pattumiera dopo una settimana. Ho la coppa abbastanza piena ma la circonferenza molto piccola, e quando i reggiseni sono scollati mi escono le minne di fuori, plop. Infatti ormai uso solo reggiseni sportivi, che notoriamente gli uomini odiano (ma sono gli unici che non mi tradiscono). (i reggiseni, intendo)
Le mutandine, invece, le compro a occhio.
Se mi dai dei parametri, prendo un centimetro e mi misuro.
Si può?
Grazie.


La Spiman, azienda modenese leader sul mercato modenese, è preparata a ogni evenienza: mi manda su un sito di consigli Spiman per trovare la mia taglia ideale. Il sito è questo.
Con dilettantesca sventatezza avevo scritto alla ragazza: «prendo un centimetro e mi misuro». Solo che si fa presto a dire prendo un centimetro. Io un centimetro mica ce l’ho – scopro improvvisamente.

-    Annetta, per caso hai un centimetro?

Annetta è la mia dirimpettaia umbra. Fuma come una turca e ha la voce roca del caporale della sesta armata tedesca dopo la battaglia di Stalingrado. Annetta nella vita pulisce la terrazza condominiale e innaffia le piante della terrazza condominiale. Molti nostri dialoghi vertono intorno a questo soggetto, quello delle piante della terrazza condominiale, che rappresenta un argomento dalle sfaccettature apparentemente inesauribili.

-    Avale’, oggi tonnaffiato i piante.
-    Ah, grazie, Annetta.
-    Te nannaffi mai i piante.
-    Non le annaffio perché so che le annaffi tu.
-    Se io nannaffio nessuno lannaffia. 
-    Le annaffi sempre tu. Ecco perché nessuno le annaffia.
-    Sto sempre annaffià i piante.
-    Non le annaffiare.
-    Se nannaffio muorono.
-    Annaffiale allora.
-    Ma se lannaffio…

Un altro argomento di conversazione frequente – di monologo, in questo caso – è la sporcizia sulla terrazza. Annetta spazza e brontola. I suoi commenti sono rigorosamente stagionali.

-    Ha piovuto - dice Annetta in autunno – guarda te quante foglie da spazzà.
-    Ha nevicato – dice Annetta in inverno – guarda te quanta neve da spazzà.
-    I piante ha fatto i fiori – dice Annetta in primavera – guarda te quanti petali da spazzà.
-    Che caldo – dice Annetta in estate – ma vedi te se devo sta qua a spazzà.

La cosa bella è che Annetta indossa sempre una felpa di Topolino con su scritto Happy People Have A Lot Of Friends. Ma stavamo parlando del centimetro.

-    Annetta, per caso hai un centimetro?

Annetta continua a spazzare. Mi viene a spazzare sui piedi.

-    Lèvete di torno che devo spiccià.

Annetta chiama le faccende domestiche «spiccià». Per lei «spicciare» è spolverare, spazzare, lavare, cucinare, stendere, ramazzare e qualsiasi cosa che non sia la sua altra attività, cioè parlare dello spicciare (che in gergo filosofico potremmo chiamare il «metaspicciare»).

-    Ce l’hai un centimetro?
-    Te pare che nootengo? Ootengo.

Annetta va a prendere il centimetro.

-    Che ce devi fa’ coccentimetro?

Sarebbe troppo lungo spiegarle la vicenda Spiman, i blog, le newsletter e la community. Poi valle a dire che mi vogliono dare delle mutande gratis, e perché. Tra l’altro, se Annetta venisse a sapere cos’è la community Spiman, la utilizzerebbe contro di me per dimostrarmi che nannaffio. 

-    Grazie, Annetta.
-    Che grazie? Repòrtemelo.

Al momento della misurazione mi sono giocata per sempre l’autostima. Quanto puoi andare avanti pensando di essere una novanta-sessanta-novanta? Vent’anni? Venticinque anni? Ma prima o poi, inevitabilmente, arriva una manica di carpigiani che ti tira per le orecchie e ti riporta con i piedi per terra.

Dunque.
Secondo la tabella sono una III coppa A/B. Credevo di essere una II coppa D, ma evidentemente mi sopravvalutavo. Porto una 42/44, ovvero sono alta 1,57 m e peso tra i 53 e i 55 kg. In realtà non mi peso da diversi anni, quindi forse sono più sui 55 kg.
Di slip credo di essere una terza/quarta, e non una seconda/terza come pensavo.


Praticamente credevo di essere un manga, e invece scopro di essere più dalle parti della signora Griffin.

Mi piacciono i reggiseni colorati e senza troppi pizzi. I reggiseni troppo scollati mi stanno male. Quelli imbottiti mi stanno molto bene, ma quelli imbottiti sono normalmente anche scollati.
Della collezione MAGIE ITALIANE mi piace il PERIZOMA GERANIO.
Della collezione CAMYLA mi piacciono i completini LISBONA e SIDNEY.
Della collezione CLASSICO SPIMAN vorrei provare il reggiseno cotone elastico coppa preformata 2177, e mi piace anche moltissimo quella specie di top che sta nell'introduzione.
Della linea sportiva proverei il BUSTINO R68.
Grazie.
A presto.
 

Alcuni giorni dopo mi arriva a casa uno scatolone contenente tutte le cose che ho elencato, più altre decine e decine di cosette che non avevo osato chiedere. Incluso un, ehm, corpetto della linea “Dolce Fuoco” in pizzo nero con mutanda coordinata che francamente, presa da calo di autostima, avevo catalogato come fuori discussione. E invece mi sta bene. Un miracolo. Ci dev’essere stato un co-marketing fra Dolce Fuoco e Sant’Antonio.

&laqu